sabato, 17 Aprile, 2021
Politica

Pd e 5 stelle: tattiche e strategie

Un anno fa Salvini, presentava la mozione di sfiducia al Governo Conte pensando di aprirsi la prateria per conquistare i “pieni poteri” e invece stava innescando un clamoroso karakiri politico che avrebbe avvicinato i 5 Stelle al Pd e segnato l’inizio del declino della Lega.

Di Maio non era particolarmente entusiasta verso l’alleanza di governo con il Pd anche perché Salvini, fino all’ultimo, aveva cercato di ricostituire la vecchia alleanza giallo-verde promettendo al capo politico dei 5 stelle la Presidenza del Consiglio. Alla fine il Conte 2, su precisa indicazione di Grillo e con la spinta di Renzi, nacque, nonostante la tiepidezza sia di Zingaretti che di Di Maio.

Oggi il segretario del Pd e l’ex capo politico del Movimento hanno cambiato registro e spingono per rafforzare ed estendere l’alleanza tra i due partiti. Cosa è successo?

Il Pd, facendo nascere senza troppa convinzione il Governo Conte ha subito una doppia  scissione. Prima se ne è andato Calenda, neo eletto parlamentare europeo, che aveva contestato l’alleanza Pd-5 stelle considerata un tradimento degli impegni presi con gli elettori. Poi, a sorpresa, anche Renzi, che si era definito l’artefice dell’alleanza, ha sbattuto la porta al Pd e per mesi ha cercato di rubare la scena sia a Conte che a Zingaretti, senza risultati apprezzabili.

Indebolito da queste scissioni Zingaretti ha dovuto mantenere unito il partito evitando di far emergere elementi di contrasto con i 5 Stelle. Di Maio sotto il fuoco di un’offensiva interna molto pesante, con l’uscita di 26 parlamentari e le inattese incursioni di Di Battista a fine 2019, è stato costretto, alla vigilia delle elezioni regionali di gennaio, a dimettersi.

A trarre vantaggio dalle incertezze di Zingaretti e dalla perdita di peso politico di Di Maio è stato Conte che, ancor prima della pandemia, si era già rafforzato. Poi è arrivato il virus e il consenso verso il Presidente del Consiglio è salito alle stelle

Nelle ultime settimane i giochi sono improvvisamente cambiati.

Renzi ha rinfoderato la sua sciabola e ha smesso di essere la spina nel fianco del Governo: i sondaggi non danno a Italia Viva le percentuali sperate e il Presidente del Consiglio, dopo il successo in Europa, è saldo in sella: meglio non mettersi di traverso.

Di Maio a luglio ha cercato di smarcarsi da Conte, sviluppando una serie di incontri politici che hanno destato sospetti. E così, Di Battista si è schierato con entusiasmo con Conte e ne ha elogiato i successi e le recenti scelte, come quella su Autostrade. La mossa di Di Battista ha allarmato ulteriormente Di Maio che già si era sentito pugnalato alla schiena dalla improvvisa riapparizione di “Dibba” a dicembre. E così l’ex capo politico è stato costretto a rivedere la sua tattica.

Per non restare isolato ha cercato e trovato la sponda proprio in Zingaretti che -a sua volta- non subendo più le pressioni esterne di Renzi pensa soprattutto a consolidare le posizioni del Pd nelle elezioni locali che ci saranno a settembre e in primavera. Zingaretti ha bisogno di poter contare su un’alleanza con i 5 stelle per sconfiggere la destra, Di Maio ha bisogno di dimostrare che il gioco lo guida ancora lui e che stringendo un asse con Zingaretti può mettere Conte sotto tutela, limitare l’elevata autonomia che l’avvocato si è conquistata e neutralizzare il sostegno di Di Battista.

Siamo di fronte ad un’alleanza tattica o strategica? Il pronunciamento della piattaforma Rousseau a favore di alleanze con partiti tradizionali è una scelta strategica a livello locale e prelude ad accordi stabili per assicurare a Pd e 5 Stelle comuni e regioni e frenare così l’offensiva della destra. Ma sarà anche una scelta strategica a livello nazionale, segnando un cambio di passo dei 5 Stelle che diventerebbero dichiaratamente una formazione vicina alla sinistra e sempre più lontana dal sovranismo e dal populismo di destra? Se sarà così non sarà un passaggio indolore per gli eredi di Grillo, che dovranno mettere nel conto nuove emorragie e forse anche una scissione.

Sul piano tattico l’asse Con Zingaretti consente a Di Maio di rendere irrilevante il sostegno di Di Battista a Conte ma, per ciò stesso, indebolisce l’ipotesi di poter imbrigliare il Presidente del Consiglio. Conte vede aumentare il numero dei suoi sostenitori da una parte e dall’altra: non ci sono all’orizzonte altre maggioranze e non c’è un altro Presidente del Consiglio alle viste, e -non dimentichiamolo- l’Europa che deve erogare i 209 miliardi non apprezzerebbe instabilità politica e cambi di interlocutori.

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