Davanti alle minacce ibride e alla polarizzazione, l’unità invocata dalla presidente della Commissione europea comincia dalla qualità del confronto politico interno.
Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha descritto un’Europa più forte e, nello stesso tempo, più esposta che mai. Guerre, dipendenze economiche, sabotaggi, attacchi informatici e disinformazione minacciano la sicurezza del continente. Ma il passaggio politicamente più significativo riguarda ciò che accade dentro le nostre società: la battaglia delle narrazioni che indebolisce la fiducia nell’Europa, la crescita degli estremismi, la scomparsa delle sfumature e le preoccupazioni reali dei cittadini trasformate in armi per dividerli.
La presidente della Commissione ha osservato che queste spinte possono provenire dall’esterno, attraverso interferenze e disinformazione, ma anche dall’interno. Da qui il suo invito a difendere insieme l’idea europea, a rafforzare la capacità comune di risposta alle minacce ibride e a recuperare quella facoltà di «pensare europeo» che permise a nazioni a lungo nemiche di costruire un destino di pace, democrazia e libertà.
Il richiamo è particolarmente attuale mentre si avvicina una nuova stagione elettorale. L’unità europea non dipende soltanto da organismi di sicurezza, strumenti economici o capacità militari. Dipende anche dalla qualità del confronto politico nei singoli Stati. Una democrazia può infatti aiutare, involontariamente, chi vuole destabilizzarla quando trasforma ogni allarme in propaganda, ogni dubbio in accusa e ogni avversario in un nemico.
Nel maggio scorso, su queste pagine, abbiamo esaminato questi meccanismi nell’articolo La guerra invisibile: psyops, guerra ibrida e vulnerabilità delle democrazie. Quelle operazioni non inventano necessariamente le fratture di una società: sfruttano quelle esistenti, esasperano le paure e radicalizzano il linguaggio. Oggi interessa soprattutto la conseguenza politica: per non offrire terreno alla manipolazione, la prudenza e la moderazione devono diventare forme di difesa nazionale ed europea.
La trappola della polarizzazione
La guerra ibrida raggiunge il proprio scopo quando una società reagisce in modo scomposto. Una notizia incerta viene rilanciata senza verifica; i partiti se ne servono per delegittimarsi; il dibattito si divide tra chi vede ovunque una regia straniera e chi nega per principio qualsiasi minaccia. Anche se il fatto iniziale si rivela infondato, il risultato è stato ottenuto: più conflitto, meno fiducia, istituzioni più deboli.
Occorre evitare entrambi gli estremi. Non si possono sottovalutare disinformazione, interferenze, cyberattacchi o sabotaggi; ma non è lecito neppure considerare ogni dissenso una forma di slealtà. Le opinioni critiche sulle sanzioni, sulla NATO, sull’invio di armi o sulle scelte del Governo appartengono al legittimo confronto democratico. Le responsabilità individuali e le ingerenze straniere, invece, si accertano con fatti e prove.
La sicurezza nazionale non appartiene alla maggioranza del momento. Governo e opposizioni possono dividersi sulle politiche, ma dovrebbero riconoscersi in un terreno comune: difesa delle istituzioni, libertà del voto, tutela delle infrastrutture strategiche, trasparenza dei finanziamenti e contrasto a ogni interferenza esterna.
Alle forze di governo spetta informare senza usare la minaccia per compattare il proprio elettorato; alle opposizioni controllare senza negare i rischi per convenienza. A entrambe è richiesta moderazione, perché la Repubblica viene prima del risultato delle urne.
Un insegnamento già scritto nella nostra storia
Non è un’esortazione astratta. L’Italia possiede nella propria storia un precedente straordinario, che abbiamo ricostruito nella serie dedicata agli ottant’anni della Repubblica e, in particolare, nell’ultima parte, La nascita della Repubblica: riflessioni conclusive sul triennio 1945-1948.
L’Italia uscita dalla guerra era materialmente distrutta e moralmente lacerata. Il fascismo aveva lasciato il peso della dittatura, della guerra e della frattura civile; il Partito comunista rappresentava una grande forza popolare legata a un progetto politico e a un sistema internazionale radicalmente alternativi a quello occidentale. Tra quei mondi non esisteva una naturale armonia. Esistevano diffidenza, paura e concezioni opposte dello Stato e della società.
Eppure quella polarizzazione non fu spinta fino alla rottura. De Gasperi e Togliatti restarono avversari, ma si riconobbero come interlocutori legittimi. La collaborazione nei governi di unità nazionale, la scelta della pacificazione e soprattutto il lavoro dell’Assemblea costituente permisero di trasformare un conflitto potenzialmente distruttivo in una competizione regolata.
La Democrazia Cristiana svolse una funzione decisiva. Non fu soltanto il partito vincitore delle elezioni, ma una grande forza mediana e popolare, capace di raccogliere sensibilità differenti, rappresentare vasti ceti sociali e costruire mediazioni. Non cercò una vittoria punitiva né un patto leonino che lasciasse agli sconfitti e alle minoranze soltanto l’alternativa dell’irrilevanza o della ribellione.
Anche il Partito comunista contribuì, dal proprio campo, a contenere le spinte più radicali e a ricondurre la mobilitazione popolare entro la legalità repubblicana. Quando nel 1947 terminò la collaborazione di governo, la rottura politica non distrusse il terreno costituzionale costruito insieme. Governo e opposizione continuarono a riconoscersi dentro lo stesso Stato.
La Costituzione nacque precisamente da questo metodo: nessuna cultura politica poté imporre integralmente il proprio modello e nessuna delle grandi componenti popolari fu espulsa dalla nuova Repubblica. Cattolici democratici, comunisti, socialisti e liberali concorsero a definire diritti, garanzie e contrappesi destinati a valere anche quando il potere fosse passato nelle mani degli avversari.
Moderazione non significa debolezza
La moderazione politica non consiste nel cancellare le differenze, distribuire incarichi o confondere maggioranza e opposizione. Significa esercitare il potere sapendo che chi ha vinto non possiede lo Stato e che chi ha perduto continua a rappresentare una parte della nazione.
È questo il valore autentico della tolleranza democratica: riconoscere dignità politica a chi pensa diversamente e lasciare alle minoranze reali possibilità di controllo, proposta e futura alternanza. La maggioranza ha il diritto di governare; non ha il diritto di ridurre l’altra parte del Paese al silenzio.
I sistemi maggioritari possono favorire stabilità e responsabilità degli eletti. Diventano però pericolosi quando alimentano una cultura secondo cui “chi vince prende tutto”: tutte le istituzioni, tutti gli spazi, tutta la verità. Senza rispetto reciproco e adeguati contrappesi, la competizione bipolare può trasformarsi in delegittimazione permanente. Ogni elezione appare allora come uno scontro definitivo e ogni compromesso come un tradimento.
La Prima Repubblica ebbe limiti, degenerazioni e pratiche spartitorie che non vanno idealizzate. Ma la sua stagione fondativa conserva una lezione: includere non significa spartire; mediare non significa rinunciare ai principi; garantire l’avversario significa proteggere la democrazia e, in prospettiva, anche sé stessi.
Il contesto internazionale e la responsabilità di oggi
Quella classe dirigente fu aiutata, ma anche vincolata, dal quadro internazionale. L’Italia era un Paese sconfitto, sottoposto all’influenza delle potenze vincitrici e collocato nel nascente ordine bipolare. Gli Stati Uniti, il Piano Marshall, la scelta occidentale e, sull’altro versante, il rapporto del PCI con l’Unione Sovietica definirono limiti precisi. Proprio la consapevolezza di quei rapporti di forza spinse De Gasperi e Togliatti, da posizioni opposte, verso un realismo che evitò avventure distruttive.
Oggi il mondo torna a essere multipolare. Occorre dialogare anche con potenze e sistemi politici diversi dal nostro, senza rinunciare ai principi democratici né alla libertà di decisione. Nessun Paese europeo, isolatamente, possiede però il peso necessario per affrontare da solo competizione economica, minacce tecnologiche e pressioni geopolitiche.
La patria italiana e quella europea non sono in contraddizione. L’Europa era già parte della visione di De Gasperi e oggi costituisce lo spazio nel quale l’Italia può moltiplicare la propria sovranità effettiva, anziché perderla nell’irrilevanza.
Non è casuale che von der Leyen abbia concluso il suo intervento ricordando il Congresso d’Europa del 1948 e annunciandone uno nuovo per il settantesimo anniversario dei Trattati di Roma. Anche l’Europa nacque dalla stessa intuizione che guidò la migliore stagione costituente italiana: non cancellare storie e differenze, ma impedire che tornassero a produrre distruzione.
Per questo, davanti alla guerra ibrida e durante la campagna elettorale, dovremmo recuperare lo spirito costituente: verificare prima di accusare, distinguere i fatti dalle interpretazioni, difendere il dissenso e isolare le interferenze provate, non quelle immaginate. Soprattutto, dovremmo rifiutare la logica per cui l’avversario interno diventa più pericoloso della minaccia esterna.
La Repubblica nacque perché uomini divisi da idee profondamente diverse seppero non trasformare la vittoria in vendetta né la sconfitta in disconoscimento dello Stato. Conoscere la minaccia senza diventarne il megafono, governare senza umiliare, opporsi senza delegittimare: questa è la moderazione di cui l’Italia e l’Europa hanno nuovamente bisogno.





