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Il telefonino: seduzione umana integrale. L’Europa interviene

Il telefonino: seduzione umana integrale. L’Europa interviene

venerdì, 18 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Metro di Roma Linea A: una bimba con un pianto dirompente ed una mamma incurante e distratta dal suo telefonino. Momenti metropolitani di disagio collettivo e riflessioni in merito. Il telefonino sta cambiando anche la genitorialità. Il 70% della popolazione mondiale (5.68 miliardi di persone) possiede un telefono cellulare.

Adulti e piccini siamo ormai tutti una Generazione Z drogati da messaggi sempre più brevi e seducenti. Il telefonino è la più grande epidemia della storia umana. I messaggi lunghi ci annoiano ed il rischio è di scambiare la sintesi per la profondità, la velocità per l’intelligenza. Non ce ne siamo accorti perché il cambiamento è avvenuto senza clamore, ma costante, con una notifica alla volta e con il risultato di una mutazione culturale che riguarda non solo di come comunichiamo ma anche il modo stesso in cui pensiamo.

Non è più solo un fenomeno generazionale: è diventato un regime cognitivo trasversale. Il manager cinquantenne che scorre le slide in trenta secondi, il medico che legge le linee guida generate da un algoritmo, il genitore che comunica con il figlio a colpi di emoji, il politico che affida il proprio pensiero a un post di poche righe: tutti, indistintamente, ci stiamo adattando ad una grammatica della brevità, un tempo prerogativa degli adolescenti e oggi la lingua di ogni età.

Le piattaforme digitali hanno creato questa fame di sintesi. Il messaggio breve seduce perché dice tutto e subito, non chiede lo sforzo dell’attenzione prolungata e cerca il consenso immediato. Un messaggio lungo può permettersi di essere ambiguo, di contraddirsi, di tornare sui propri passi prima di arrivare a una conclusione; un messaggio breve deve invece essere già persuasivo al primo sguardo e per esserlo deve semplificare, schematizzare.

Lo slogan è diventato lo stile naturale con cui oggi raccontiamo qualunque cosa, dalla politica alla malattia. Il rischio più acuto è culturale: perdiamo l’abitudine al pensiero che si costruisce nel tempo. Non è un caso che la soglia di attenzione media si sia ridotta in modo misurabile nell’ultimo decennio: non è pigrizia ma allenamento cognitivo negativo. Ci siamo esercitati, ogni giorno, a disimparare la pazienza, e ciò che non si esercita, come ogni muscolo, si atrofizza.

C’è il rischio che riguarda la qualità del giudizio. Le decisioni importanti, mediche, politiche, affettive, raramente si prestano a una sintesi per non perdere ciò che le rende importanti: le sfumature, le eccezioni, il contesto.

Quando abituiamo la mente a pensare sulla base di messaggi brevi e seducenti, la abituiamo a decidere su ciò che breve non può essere. Il rischio in medicina è di prendere decisioni vitali su algoritmi non validati. La medicina, come la politica, ha bisogno di tempo per essere onesta. Infine c’è un rischio relazionale.

Anche l’amore, l’amicizia, la genitorialità si stanno adattando al formato breve: messaggi che sostituiscono le telefonate, telefonate che sostituiscono gli incontri, incontri sempre più rari e sempre più simili, nella loro struttura, a un messaggio: intensi, veloci, senza seguito. Ma i legami che contano si costruiscono nel tempo lungo, non nel colpo di scena.

La passione può accendersi in un istante ma la fiducia, la conoscenza reciproca, richiedono tempi più lunghi. Un figlio non si educa a messaggi, e un dolore non si consola con un’emoji. Non si tratta di rimpiangere un’epoca di lettere lunghe e conversazioni infinite, né di demonizzare gli strumenti che oggi ci permettono di comunicare in modo più immediato ed efficace.

Si tratta di riconoscere che ogni formato educa una forma di pensiero e che una società che si abitua solo al messaggio breve rischia di perdere la capacità di affrontare ciò che breve non è: la malattia, il lutto, la giustizia, l’amore che dura.

Il vero antidoto non è tornare al messaggio lungo per principio, ma restituire dignità e spazio, accanto alla sintesi, alla lentezza necessaria a pensare soprattutto quando il nostro cervello è ancora in una fase maturativa.

La Commissione Europea, conscia dei pericoli enunciati, ha proposto proprio ieri l’EU Kids Act un nuovo pacchetto di norme per regolare l’accesso dei minori ai servizi digitale e social media. Sotto i 13 anni divieto assoluto di accesso, tra 13-15 solo mini-account supervisionati dai genitori, tra 15-18 obbligo per le piattaforme di garantire una progettazione sicura eliminando meccanismi di dipendenza. Confidiamo in un progresso responsabile e consapevole.

Antonio Cisternino

Antonio Cisternino

Medico-Chirurgo
Responsabile nazionale Sanità UDC

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