Si intensifica la diplomazia regionale attorno allo Stretto di Hormuz, mentre gli Stati Uniti mantengono la pressione economica e militare sull’Iran. Il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha incontrato ieri a Teheran il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi per discutere la creazione di un “corridoio di navigazione temporaneo” e un progetto congiunto per la bonifica dello Stretto dalle mine. Secondo il ministero degli Esteri qatariota, i colloqui hanno riguardato anche gli sforzi per ridurre l’escalation e “creare le condizioni adeguate per il dialogo”.
Doha ha ribadito la necessità di rispettare “la sovranità dei Paesi vicini e la libertà di navigazione”. Alla mediazione partecipano anche Oman, Pakistan ed Egitto. Il Cairo, in contatto con Mosca, sta lavorando alla proposta iraniano-omanita per un corridoio marittimo temporaneo.
Washington chiude al negoziato
La strada verso un’intesa con Washington resta però bloccata. “Al momento non sono in corso negoziati con l’Iran”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, precisando che il blocco americano rimane in vigore e che l’obiettivo degli Stati Uniti è continuare a isolare economicamente Teheran.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha inoltre ribadito che Washington non esclude nuove azioni militari, anche nello Stretto. La pressione sta già producendo conseguenze sull’economia iraniana. Il vicepresidente Mohammad Jafar Ghaempanah ha ammesso che il blocco navale impedisce l’importazione della benzina necessaria a coprire il fabbisogno nazionale.
Davanti alle stazioni di servizio si registrano lunghe code e il governo ha annunciato una riduzione delle quote di carburante. Proprio ieri una petroliera è stata colpita nello Stretto da un “proiettile sconosciuto”. L’incendio scoppiato a bordo è stato domato e l’equipaggio è rimasto illeso, secondo l’agenzia marittima britannica Ukmto.
Teheran difende la via diplomatica
Nonostante le tensioni, a Teheran il presidente Massoud Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno difeso la possibilità di negoziare con gli Stati Uniti. “La guerra non è sempre la via per superare i problemi”, ha affermato Pezeshkian, secondo cui “il nodo che si può sciogliere con la mano non va sciolto con i denti”. Ghalibaf ha aggiunto che “i negoziati non sono un valore in sé né un tabù”, criticando chi considera ogni trattativa con Washington una forma di resa. Sul piano militare gli Stati Uniti si preparano intanto a mantenere una presenza prolungata nella regione.
La portaerei USS Theodore Roosevelt, con circa cinquemila uomini a bordo, dovrebbe essere dispiegata in Medio Oriente per almeno sette mesi. Secondo il Washington Post, il forte consumo di munizioni nella regione starebbe però suscitando preoccupazioni al Pentagono e tra gli alleati asiatici per le possibili conseguenze sulla capacità americana nell’Indo-Pacifico.
Israele in allerta su più fronti
Resta alta anche la tensione sugli altri fronti. Israele ha ordinato il rafforzamento delle truppe in Cisgiordania in vista delle festività ebraiche. “Siamo in stato di massima allerta a causa della volatilità su più fronti”, ha dichiarato il capo di Stato maggiore Eyal Zamir. In Libano, un raid israeliano nell’area di Nabatieh ha ucciso una donna e ferito altre due persone. Le Idf hanno affermato di avere colpito infrastrutture di Hezbollah in risposta al lancio di droni esplosivi contro le proprie forze.Israele continua inoltre a subire pressioni europee per la politica degli insediamenti in Cisgiordania.
Secondo il Financial Times, il governo avrebbe valutato l’espulsione dal centro internazionale per Gaza dei rappresentanti britannici e, inizialmente, anche italiani e tedeschi. Una fonte ufficiale israeliana ha però smentito l’ipotesi per Roma e Berlino: “Non c’è alcuna intenzione di agire contro Paesi amici come Italia e Germania”.





