Un anno fa la nostra rubrica Mercurio aveva raccontato delle sperimentazioni sugli animali partendo da un titolo che, ahimè, resta a tutt’oggi attuale: “Continuano le torture animali in nome della scienza. Ma in realtà sono un fallimento e le alternative esistono”. Era luglio 2025 e a farci tornare sul tema è un video della organizzazione non-profit globale Humane World for Animals, che da oltre 70 anni si dedica alla protezione e alla salvaguardia di tutti gli animali. Nelle immagini appare ancora più chiaro quanto la pratica sperimentale su animali significhi infliggergli sofferenze immediate inaudite. E forse la sperimentazione animale andrebbe raccontata partendo proprio da qui, non dai numeri, non dalle percentuali, non dalle formule della ricerca, ma dagli occhi di un animale che non può sapere perché sta soffrendo.
A dodici mesi di distanza ci si chiede, dunque, se è cambiato qualcosa e la risposta non può essere un no assoluto, ma neanche un vero e proprio si. Qualcosa si è mosso, ma davvero troppo poco, perché mentre la ricerca sviluppa tecnologie sempre più sofisticate per ridurre e sostituire l’uso degli animali, milioni di esseri viventi continuano a essere impiegati nei laboratori. E non sappiamo quanto siamo ancora lontani dal momento in cui non sarà più necessario farlo.
Una mappa che racconta una transizione incompiuta
Guardando la carta del mondo la prima cosa che colpisce è che non esiste una linea netta capace di dividere i Paesi in quelli che permettono la sperimentazione animale e quelli che l’hanno vietata. La realtà è molto più complessa. Quasi nessun Paese ha abolito integralmente l’uso degli animali nella ricerca biomedica e farmacologica. Esistono, però, aree del mondo nelle quali sono state introdotte restrizioni molto significative, soprattutto per i cosmetici.
L’Unione europea è stata tra le prime a compiere questo passo. Dal 2013 sono vietati i test sugli animali per i cosmetici e la commercializzazione di cosmetici la cui sicurezza dipenda da nuovi test animali. Nel frattempo misure analoghe sono state introdotte in numerosi altri Paesi, tra cui Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, India, Israele, Norvegia, Svizzera, Canada, Messico, Corea del Sud, Taiwan e diversi Paesi dell’America Latina. Complessivamente, Humane World for Animals indica oggi 45 Paesi che hanno introdotto divieti o restrizioni sulla sperimentazione animale nel settore cosmetico.
Ma i cosmetici sono soltanto una parte della storia. Quando si parla di farmaci, malattie, tossicologia e ricerca biomedica la situazione cambia radicalmente. Gli animali continuano a essere utilizzati in moltissimi Paesi. La vera sfida, quindi, è capire quando la ricerca riuscirà a fare a meno degli animali anche nei settori nei quali oggi il loro impiego è ancora previsto o consentito. La mappa del mondo, vista in questo modo, non racconta una vittoria, ma solo di una transizione e ancora incompiuta.
Un lungo cammino
Nel frattempo, però, qualcosa è successo. Il 1° giugno 2026 la Commissione europea ha adottato una roadmap per arrivare al progressivo superamento della sperimentazione animale nelle valutazioni di sicurezza delle sostanze chimiche. Il documento indica azioni concrete per accelerare lo sviluppo, la validazione e l’impiego di metodi innovativi che non utilizzino animali. È una notizia importante, anche perché la roadmap non nasce dal nulla. L’Unione europea aveva già dichiarato nel 2023 l’obiettivo di arrivare, progressivamente, a un sistema nel quale i test animali fossero superati per le valutazioni regolatorie.
Il fatto che nel 2026 sia stato necessario adottare una vera e propria roadmap dice però che la strada è ancora lunga. L’obiettivo non è stato raggiunto, ma solo tracciato il percorso per arrivarci. Ed è una differenza enorme, perché, mentre le istituzioni fissano obiettivi, scadenze e strumenti, nei laboratori ci sono animali che non possono aspettare che una direttiva venga applicata, che un metodo alternativo venga validato o che un finanziamento venga approvato.
Il tempo di un animale non è il nostro
Per noi un anno è un intervallo di tempo. Un articolo pubblicato dodici mesi fa può sembrare già lontano, superato dalle notizie successive. Per un cane destinato a un laboratorio un anno può essere tutta la sua vita.
Secondo i dati riportati da Humane World for Animals, negli Stati Uniti vengono utilizzati ogni anno più di 40.000 cani negli esperimenti. Molti altri nascono negli allevamenti destinati ai laboratori. E al termine degli esperimenti i cani vengono generalmente soppressi. E, ancora peggio, una media di quasi 400 cani all’anno, negli ultimi tre anni considerati dalla stessa organizzazione, non avrebbe ricevuto alcun farmaco antidolorifico per alleviare sofferenza o disagio durante o dopo l’esperimento.
Numeri enormi, che rischiano proprio per questo di non dirci più nulla, anche se dietro ogni numero c’è un animale. I beagle sono stati a lungo utilizzati nei laboratori anche perché hanno un temperamento particolarmente docile e sono facili da gestire. È una delle contraddizioni più dolorose di questa storia. Proprio quella fiducia che li rende animali da compagnia amatissimi può trasformarsi, in un laboratorio, nella ragione per cui sono considerati adatti alla sperimentazione.
E se la sofferenza non fosse neppure necessaria?
È qui che il dibattito diventa ancora più difficile. Perché contestare la sperimentazione animale non significa necessariamente essere contro la ricerca. Al contrario, la questione che viene posta da una parte crescente della comunità scientifica è se l’uso degli animali sia sempre il modo migliore per ottenere informazioni utili all’uomo.
Un anno fa, su Mercurio, il dottor Stefano Cagno spiegava che la sperimentazione animale parte dal presupposto che ciò che accade in una specie possa essere trasferito a un’altra. Ma le differenze biologiche tra specie possono modificare profondamente la risposta a una sostanza.
Nel frattempo la ricerca ha fatto passi enormi. Esistono organoidi, organi su chip, cellule su chip, bioprinting, genomica, metabolomica, proteomica e modelli computazionali sempre più sofisticati. Sono strumenti che consentono di studiare processi biologici utilizzando materiale umano e possono, quindi, ridurre alcune delle differenze che rendono problematico trasferire automaticamente sull’uomo ciò che è stato osservato in un’altra specie. Non è più la promessa di un futuro lontano, è già il presente della ricerca.
La stessa Unione europea ha un laboratorio di riferimento, l’EURL ECVAM, dedicato allo sviluppo e alla promozione di approcci alternativi alla sperimentazione animale e sta sostenendo la loro validazione e il loro utilizzo. Fortunatamente, nel marzo 2026, anche la Food and Drug Administration (FDA) ha pubblicato raccomandazioni preliminari, che incoraggiano le aziende farmaceutiche a utilizzare, ove possibile, tecnologie innovative che non prevedono l’impiego di animali. Ma per ora si tratta solo di raccomandazioni.
Non è una guerra tra animalisti e scienziati
Per troppo tempo il dibattito è stato raccontato come uno scontro tra chi vorrebbe salvare gli animali e chi vorrebbe salvare gli esseri umani. È una contrapposizione troppo semplicistica. È evidente che la ricerca scientifica debba proteggere la salute delle persone, ma proprio per questo deve cercare gli strumenti più affidabili, più moderni e più aderenti alla biologia umana.
La questione etica e quella scientifica, dunque, possono incontrarsi. Se una tecnologia consente di ottenere informazioni più direttamente dal materiale umano, se può ridurre la sofferenza e se può accelerare alcuni processi di ricerca, investirci non dovrebbe essere soltanto un gesto di compassione nei confronti degli animali, ma una scelta di modernizzazione scientifica.
È anche questa la direzione indicata dalla nuova roadmap europea, che punta a rafforzare ricerca, innovazione, Intelligenza Artificiale, big data e sviluppo di metodi alternativi per accelerare il passaggio verso valutazioni della sicurezza senza animali.
Un anno dopo
E così torniamo al punto da cui eravamo partiti. Un anno fa Mercurio aveva raccontato la sofferenza degli animali nei laboratori e le alternative che già esistevano. Ciononostante oggi nel mondo gli animali continuano a essere utilizzati. Ogni giorno, innumerevoli cani, scimmie, ratti e altri animali sopportano sofferenze inimmaginabili in esperimenti angoscianti e spesso dolorosi a causa di un processo di approvazione dei farmaci inefficace. Questi animali trascorrono tutta la loro vita in ambienti di laboratorio desolati, sono costretti a ingerire o a ricevere iniezioni di sostanze potenzialmente tossiche, subiscono diverse altre procedure invasive e, di solito, vengono uccisi al termine dei test. E, paradossalmente, questi test non solo infliggono crudeltà, ma producono anche risultati inaccurati. Ben il 90% dei farmaci ritenuti sicuri ed efficaci nei test sugli animali fallisce poi nelle sperimentazioni sull’uomo, come si legge nel sito della Human Worl for Animals.
Forse è per questo che vale la pena tornare sull’argomento dopo un anno. Non per dire che nulla è cambiato. Sarebbe ingiusto e non sarebbe vero. Ma per ricordare che cambiare direzione non significa ancora essere arrivati. La scienza ha davanti una possibilità che qualche decennio fa sembrava impensabile. Costruire, cioè, una ricerca sempre meno dipendente dagli animali e sempre più fondata sulla biologia umana, sulle nuove tecnologie e sulla capacità di simulare ciò che accade dentro un organismo.
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