Ogni estate torna puntuale la stessa domanda con un misto di ironia e sospetto: le vacanze servono davvero, oppure sono un lusso che ci siamo abituati a considerare un diritto? La risposta di chi scrive, medico, è netta: sì, servono, e non per capriccio di costume maper necessità fisiologica. Il corpo umano non è progettato per un funzionamento continuo. Lo dimostra la fisiologia dello stress: il cortisolo, l’ormone che ci tiene svegli, reattivi, pronti alla sfida quotidiana, ha un suo costo se resta elevato troppo a lungo.
Ipertensione, disturbi del sonno, cali dell’attenzione, indebolimento delle difese immunitarie sono l’esito, ben documentato dalla letteratura medica, di mesi vissuti senza soluzione di continuità nelle proprie attività. La pausa estiva non è quindi un premio all’ozio, ma un intervento di manutenzione biologica.C’è poi una dimensione meno misurabile ma altrettanto reale, quella del Tempo Psichico.
Lavorando con continuità perdiamo senza accorgercene, la capacità di distinguere l’urgente dal semplicemente importante: invece tutto sembra ugualmente pressante. La vacanza, allontanandoci dal contesto che genera quella confusione, restituisce prospettiva. Non è raro che decisioni rimandate per mesi trovino soluzione proprio nei giorni in cui, apparentemente, non se ne sta più occupando nessuno: la mente, liberata dall’assedio quotidiano, continua a lavorare ma lo fa in modo più ordinato.
Ma esiste anche la vacanza cattiva, quella che affatica più del lavoro: agende turistiche compresse in pochi giorni, spostamenti continui, la pretesa di vedere tutto e di documentarlo, tutti elementi che trasformano il riposo in una nuova forma di prestazione da esibire.
Su questo aspetto la critica coglie un punto vero: non è la durata delle ferie a fare la differenza, ma la qualità del distacco. Una settimana vissuta con calma vale più di tre passate a rincorrere itinerari.Resta la questione economica e sociale, che non va sottovalutata.
Non tutti possono permettersi di fermarsi: il costo dellavacanza, la precarietà di molti lavori, l’impossibilità di allontanarsi da attività che non tollerano interruzioni, rendono la pausa estiva un privilegio sociale distribuito in modo diseguale. Riconoscerlo non significa negare l’utilità del riposo, ma ricordare che la sua accessibilità dovrebbe essere considerata, a tutti gli effetti, anche un tema di salute pubblica.
Se dunque la domanda iniziale merita una risposta netta, essa va anche letta così: le vacanze non sono un’indulgenza verso la pigrizia, ma una sana condizione perché la salute, la lucidità e la produttività in senso latoreggano di più e meglio nel tempo. Allora prendiamoci cura anzitempo di organizzare per noi stessi una bella piacevole desiderata vacanza. Come farlo? Con la stessa cura e la stessa misura con cui affrontiamo gli impegni di ogni giorno.





