A venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre, un segnale inatteso arriva dal cuore del Midwest: la vittoria di Abdul El‑Sayed alle primarie democratiche per il Senato in Michigan. Secondo le proiezioni di NBC News, l’ex funzionario della sanità pubblica ha superato la deputata Haley Stevens in una competizione serrata, assicurandosi la nomination democratica e consolidando la presenza della sinistra progressista in una regione tradizionalmente moderata. La sua affermazione va oltre la politica locale.
El‑Sayed, musulmano e figlio di immigrati egiziani, ha sfidato un establishment che aveva investito oltre 65 milioni di dollari per sostenere Stevens, con l’appoggio della governatrice Gretchen Whitmer e del senatore uscente Gary Peters. Nonostante la sproporzione di risorse, il candidato progressista ha vinto puntando su temi sociali e civici: Medicare for All, lotta all’influenza del denaro in politica e critica agli aiuti militari a Israele. La sua posizione sulla guerra a Gaza — definita “genocidio” — ha risuonato in uno Stato con una numerosa comunità musulmana e arabo‑americana, trasformando la campagna in un test sul rapporto tra Washington e l’elettorato islamico.
El‑Sayed ha ricevuto il sostegno di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio‑Cortez, oltre al potente sindacato United Auto Workers, simbolo della tradizione industriale del Michigan. Il suo avversario alle elezioni di novembre sarà Mike Rogers, ex deputato repubblicano e alleato di Donald Trump, che ha dominato le primarie del suo partito. La vittoria di El‑Sayed segna una svolta simbolica nel modo in cui gli Stati Uniti guardano ai cittadini musulmani. A un quarto di secolo dall’11 settembre, un candidato islamico non solo compete, ma vince in uno Stato chiave, con un messaggio di inclusione e riforma. Un segnale che, forse, l’America sta imparando a riconoscere la propria diversità come forza, non come minaccia.





