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Il no alle preferenze è uno schiaffo agli elettori

Ora serve chiarezza. Se fossimo al posto del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ripresenteremmo al Senato l'emendamento o un maxi emendamento ponendo la fiducia e vedere i partiti e i parlamentari che sono a favore o contrari
giovedì, 16 Luglio 2026
2 minuti di lettura

A esultare sono proprio coloro che rivendicano la difesa della democrazia, ma che finiscono per rafforzare il potere personale delle segreterie di partito

C’è ben poco da festeggiare. Anzi, ci sarebbe quasi da piangere nel vedere l’entusiasmo con cui opposizioni e quanti hanno votato contro l’emendamento che avrebbe reintrodotto le preferenze per l’elezione dei parlamentari hanno accolto il suo affossamento. Un’esultanza che, al di là delle convenienze politiche del momento, racconta molto dello stato della nostra democrazia. Senza scomodare sofisticate analisi politologiche, un dato appare evidente: negare ai cittadini la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti significa infliggere uno schiaffo agli elettori. A quei cittadini che continuano a credere nella politica come partecipazione, nel diritto di incidere sulle scelte e nel valore del voto come autentico esercizio di sovranità popolare.

Così si mortifica chi crede nel voto

Chi oggi rivendica la vittoria delle segreterie di partito percorre la stessa strada che ha portato, pochi anni fa, alla riduzione del numero dei parlamentari. Una scelta che ha già indebolito il rapporto tra eletti e territori, allontanando ulteriormente i cittadini dalle istituzioni. Ora si aggiunge un ulteriore passo: impedire agli elettori di indicare la persona che desiderano vedere in Parlamento, lasciando ancora una volta la selezione nelle mani dei vertici dei partiti.

Partiti personali e cortigianerie

Dietro questo modello si intravede una precisa concezione della politica: quella delle corti e delle fedeltà personali. Il leader che preferisce circondarsi di fedelissimi piuttosto che di rappresentanti scelti dal consenso popolare, costruendo una classe dirigente plasmata più sull’obbedienza che sul confronto. È una logica che privilegia la conservazione del potere rispetto alla qualità della rappresentanza.

C’è chi teme il giudizio popolare

Il paradosso è evidente. Chi oggi brinda alla bocciatura delle preferenze dimostra, in realtà, il timore di sottoporsi al giudizio degli elettori. La partecipazione diventa un rischio, mentre il controllo delle candidature rappresenta una garanzia per consolidare equilibri interni, filiere di consenso e interessi politici personali.

Ci si indigna poi fintamente per l’astensionismo

Eppure sono gli stessi protagonisti che, a ogni tornata elettorale, si indignano per il crescente astensionismo. Si interrogano sul perché milioni di italiani scelgano di non recarsi più alle urne, senza cogliere la contraddizione di fondo: è difficile chiedere ai cittadini di partecipare quando, allo stesso tempo, si sottrae loro il potere di scegliere.

Le manovre anti Governo

Chi oggi brinda e, parallelamente, invoca elezioni anticipate mentre nell’ombra si consumano manovre che mettono in difficoltà la maggioranza, dovrebbe almeno avere l’onestà politica di dichiarare apertamente il proprio obiettivo. Perché la sensazione è che si punti sempre più alla costruzione di un ceto politico autoreferenziale, nel quale le istanze dei cittadini passano in secondo piano rispetto agli equilibri delle segreterie.

Al Senato con la Fiducia

Se fossimo al posto del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, senza esitazioni al Senato ripresenteremmo l’emendamento o un maxi emendamento ponendo la questione di fiducia. Sarebbe una scelta netta, capace di costringere i partiti e i parlamentari ad esprimersi su chi è favorevole chi è contrario. Una presa di responsabilità del proprio voto, evitando che un tema tanto importante entri nella palude degli interessi incrociati, degli ammiccamenti e dei tatticismi parlamentari.

I cittadini hanno il diritto di scegliere

Restituire ai cittadini il diritto di esprimere una preferenza non significa soltanto modificare una legge elettorale. Significa riaffermare un principio fondamentale della democrazia rappresentativa: sono gli elettori, e non le segreterie, a dover scegliere chi li rappresenta. Ogni passo che va nella direzione opposta allontana la politica dal Paese reale e rende più fragile il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. E quando la partecipazione viene sacrificata sull’altare della convenienza politica, è la democrazia stessa a uscirne sconfitta.

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