Da chirurgo ma con esperienze musicali giovanili alle spalle e la passione per la musica non potevo non essere scosso e interrogarmi sulla fenomenologia dell’ultimo Mega Concerto di Ultimo. In primis la motivazione di tanto successo dell’Artista , dall’altra l’analisi della complessità organizzativa dell’Evento. C’è un dato che da solo racconta l’epoca musicale in cui viviamo: 250mila biglietti venduti in tre ore per un concerto a Tor Vergata, il più grande evento a pagamento mai organizzato in Italia, davanti persino al record che Vasco Rossi deteneva dal 2017.
Il protagonista è Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, ventinovenne romano che con “Il raduno degli ultimi” ha ridefinito la scala di ciò che un artista italiano può ottenere. Perchè tanto successo? Un successo costruito su un’identità. Il fenomeno Ultimo non nasce da un’operazione di marketing convenzionale. La sua forza sta addirittura in un’anomalia rispetto al mercato discografico contemporaneo: pochissimi featuring, ( cioè scarse le collaborazioni con altri artisti) un cantautorato pop diretto e malinconico, dal 2021 una totale indipendenza produttiva grazie a un’etichetta fondata da lui stesso. In un’industria che premia le collaborazioni e la dispersione dell’identità artistica su più fronti, Ultimo ha scelto la strada opposta: la coerenza.
Il risultato è un pubblico che gli osservatori definiscono una “tribù“, con un livello di appartenenza paragonabile solo a quello dei fan storici di Vasco Rossi. Non si tratta di ascoltatori occasionali: sono persone che nella narrazione dell’artista – quella di chi si sente “ultimo“, incompreso, escluso – ritrovano una propria storia, una identità personale. Ed è un rapporto identitario, che si è rafforzato dal celebre scontro al Festival di Sanremo, quando Ultimo arrivò secondo dietro Mahmood nonostante avesse “stravinto” il televoto: un episodio che consolidò la sua immagine di outsider penalizzato dal sistema. Qui il senso collettivo della penalizzazione di chi si sente “ultimo”, dell’emarginato sconfitto dalle lobby di potere, dagli sconfitti dai Raccomandati per il posto fisso. Zalone docet.
Ma dietro il trionfo dei numeri segue unadomanda che vale la pena porsi con onestà: ha senso, per il pubblico, un evento di queste dimensioni? Qui nasce il paradosso. Un concerto pensato per 250mila persone comporta, dal punto di vista dello spettatore, una serie di compromessi difficili da ignorare: il costo dei biglietti che supera. i 50-100 euro per un’esperienza visiva mediata quasi interamente da schermi giganti, a centinaia di metri dal palco, dall’Artista; una mobilità interna ed esterna all’area che genera inevitabili colli di bottiglia, ricadute pesanti sui trasporti pubblici e sulla viabilità cittadina; una gestione della sicurezza che, oltre certe soglie di affluenza, comporta rischi che crescono proporzionalmente al numero dei partecipanti.
A tutto questo si aggiunge il costo per la città che ospita l’evento. Roma deve mobilitare per una singola serata un apparato straordinario di forze dell’ordine, sanità e trasporto pubblico, un investimento pubblico che solo in parte trova compensazione nell’indotto economico di ristorazione e ricettività.
Chi ci guadagna davvero?
Se si guarda alla logica economica, il quadro è molto chiaro. Per l’artista e per l’organizzazione ,nel caso di Ultimo, Vivo Concerti, l’evento di scala record produce margini enormi tra biglietti, merchandising e diritti di trasmissione, indipendentemente dalla qualità dell’esperienza del singolo spettatore. Per l’amministrazione cittadina, l’evento diventa una vetrina internazionale, un paragone mediatico con le grandi arene del mondo, un capitale d’immagine che spesso pesa più del bilancio costi-benefici stretto della singola serata.
Per il fan, invece, il calcolo è diverso e più intimo: la qualità visiva passa in secondo piano rispetto al valore simbolico di “esserci“, di partecipare a un evento che diventerà storia, raccontabile e condivisibile. È un’esperienza collettiva prima ancora che musicale. Il vero interrogativo, allora è, non se il mega-concerto abbia senso in assoluto, ma lo è per chi ? Se l’obiettivo dichiarato è offrire al pubblico la miglior esperienza partecipativa possibile, uno stadio “normale” o più date in un palazzetto garantirebbero certamente più comfort e minori rischi. Se invece l’obiettivo è costruire un evento-monumento, un record che entri nella storia della musica dal vivo, allora la scala di 250mila persone risponde a una logica diversa, che ha poco a che fare con l’ascolto della musica e molto con la costruzione di un mito collettivo dove viene polverizzato il credo interiore del fans.





