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Le colonie penali agricole in Italia attualmente sono davvero ancora considerate sedi di detenzione di maggior disagio e castigo?

mercoledì, 29 Luglio 2026
2 minuti di lettura

È solamente l’Autorità giudiziaria, con atto motivato e nei soli casi e modi previsti dalla legge, che può procedere alla restrizione della libertà personale (art.13 Cost.), ma “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 Cost.).

Gradualità nell’applicazione delle condanne

Anche tra le condanne penali definitive regna una certa gradualità di sanzioni e modalità di espiazione, indicate nel dispositivo delle singole sentenze definitive, tenuto conto dei precedenti del condannato e del prezzo da pagare, come retribuzione, in virtù del danno fisico e/o patrimoniale arrecato ad altri. La restrizione della libertà personale con la condanna alla pena dell’ergastolo ‘fine pena mai’ (art. 22 codice penale), “è perpetua, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro che, se autorizzato, il condannato può svolgere anche all’aperto”.

Le colonie penali agricole

Alle colonie penali agricole sono destinate, però, principalmente i delinquenti abituali, professionali o per tendenza e i detenuti comuni ritenuti idonei al lavoro all’aperto, prossimi alla fine della pena, per favorirne il reinserimento sociale. Le colonie penali agricole, la cui diversità con le case penali consiste sul lavoro nei campi rispetto a quello interno per queste ultime, risalgono alla seconda metà dell’800.

La prima in Italia, quella di Pianosa, nell’isola omonima dell’Arcipelago Toscano, nasce nel 1858, per volere del Granducato di Toscana, con annesso sanatorio per malati di tubercolosi fino al 1965. Permane famoso per aver ospitato, per motivi politici, il fu Presidente della Repubblica Sandro Pertini tra il 1931 e il 1935.

Attualmente le colonie penali agricole funzionanti sono solamente quattro ed esattamente quella ubicata nell’Isola di Gorgona in Toscana, i cui detenuti, circa 80, lavorano in vigneti, orti e allevamenti di bestiame. Le altre tre sono ubicate tutte in Sardegna come segue.

La casa di reclusione denominata Is Arenas, area Arbus del Comune omonimo; territorio selvaggio ed anche affascinante per la tipica Costa Verde. Quel centinaio di detenuti si dedica alla coltivazione e alla gestione del bosco e della vegetazione di circa cento ettari. La colonia penale agricola Mamone, è un grande carcere all’aperto fondato nel 1882, a circa 20 km dai Comuni di Bitti e Lodè in provincia di Nuoro. Ha a disposizione circa 2.700 ettari, a 900 metri di altitudine, con una popolazione carceraria inferiore alle 200 unita, benché la sua capienza sia considerata superiore e goda del privilegio di essere ritenuta una delle poche colonie agricole attive in Italia per il reinserimento sociale dei detenuti.

Probabilmente ne sono favoriti per la loro dedizione nelle attività agricole, di pastorizia e all’apicoltura. L’altra colonia penale agricola, sempre in Sardegna, è Isili, località Sarcidano del Comune di Cagliari, che è stata fondata nel 1878 ed ospiterebbe meno di cento persone su una capienza di 130 posti, compreso internati sottoposti a misure di sicurezza.

Privilegi o punizioni?

I detenuti nelle colonie penali agricole godono di un rapporto fiduciario nel lavoro all’aperto, con sistemi di controllo a distanza da parte della polizia penitenziaria e con controlli da parte di “capi d’arte” e di tecnici specializzati in agricoltura e zootecnia.

Ricevono una regolare retribuzione in base al lavoro eseguito e sono vincolati a orari prefissati dall’alba al tramonto e pernotto con rientro in sede.

Sembra che le Colonie penali agricole da luoghi di particolare sofferenza anche per le ridotte visite dei familiari dovute alle distanze, siano state osservate, nel tempo, positivamente come modelli molto efficaci per la rieducazione del condannato. Non solo è stata rilevata come le acquisizioni di competenze professionali siano state utilizzate dopo l’espiazione della pena, ma anche le relazioni interpersonali durante il lavoro e la vita prevalentemente vissuta all’aperto, abbia favorito stabilità e sicurezza individuale, messa in discussione dai conflitti disciplinari e da quel tipo di stress che si assorbe nelle cosiddette ‘celle’ tra le mura carcerarie, in convivenza con altri detenuti, la cui libertà è limitata alle ore d’aria.

Sarebbe auspicabile, visto anche il sovraffollamento carcerario, sensibilizzare i detenuti ad operare scelte nell’optare di scontare le loro condanne, presso le colonie penali agricole, vista la facilitazione della riabilitazione e del reinserimento sociale, pur con le difficoltà dei colloqui familiari, per i quali si potrebbero individuare formule agevolative per i costi di viaggi e pernotti.

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