Le dichiarazioni del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, sull’utilizzo delle basi statunitensi in Italia nell’ambito delle operazioni contro l’Iran hanno alimentato un acceso dibattito politico. Dichiarazioni probabilmente poco opportune, perché hanno finito per trascinare il Governo italiano in una polemica che, sul piano giuridico, avrebbe potuto essere liquidata con una semplice precisazione: l’impiego delle installazioni militari americane per attività logistiche rientra nelle ordinarie previsioni degli accordi che disciplinano la presenza delle forze statunitensi in Italia.
Da quel momento, invece, il confronto si è spostato sul terreno dello scontro ideologico, mentre sarebbe stato sufficiente richiamare il quadro normativo vigente.
La presenza delle forze armate statunitensi nel nostro Paese è infatti regolata da un sistema giuridico articolato. Da un lato vi sono gli accordi pubblici, come il Trattato del Nord Atlantico e il NATO SOFA, approvati dal Parlamento e consultabili da chiunque, che definiscono il quadro generale della presenza militare alleata. Dall’altro esiste una serie di accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti, in larga parte coperti dal segreto di Stato, tra cui il Bilateral Infrastructure Agreement, l’Air Technical Agreement e lo Shell Agreement. Sono questi strumenti a disciplinare nel dettaglio la gestione delle basi, le infrastrutture, la logistica e le attività operative ordinarie, senza che possano essere modificati unilateralmente dall’Italia.
È questa duplice architettura normativa ad alimentare da decenni il dibattito sulla sovranità nazionale. Le basi rimangono formalmente sotto sovranità italiana, ma la loro gestione operativa è regolata da intese riservate conosciute integralmente soltanto dall’Esecutivo.
Nel caso delle operazioni contro l’Iran, gli stessi attori istituzionali hanno confermato che dalle basi italiane sono partiti esclusivamente voli logistici e di supporto tecnico. Si tratta di un elemento fondamentale, poiché la prassi seguita dai governi italiani distingue nettamente tra l’impiego logistico delle installazioni, già previsto dagli accordi vigenti, e la partecipazione a operazioni militari offensive, che richiede invece una specifica decisione politica del Governo italiano.
In questo contesto assume particolare rilievo anche Camp Darby, tra Pisa e Livorno, il più grande deposito logistico statunitense al di fuori del territorio nazionale americano e uno dei principali hubdi rifornimento delle forze armate degli Stati Uniti nei teatri operativi europei e mediorientali. La sua funzione è precisamente quella di garantire il supporto logistico alle operazioni, attività che costituisce la ragione stessa della sua esistenza.
Naturalmente, tutto questo non impedisce di aprire una riflessione politica sull’opportunità degli accordi che regolano la presenza militare americana in Italia o sul ruolo che il nostro Paese dovrebbe assumere nelle crisi internazionali. Ma tale dibattito dovrebbe poggiare su basi giuridiche solide ed è una discussione di lungo periodo. Non può essere avviata e risolta in base alle contingenze.
Prima di discutere di sovranità, bisognerebbe conoscere gli strumenti attraverso i quali quella sovranità viene esercitata. Perché le opinioni possono essere molteplici, ma il diritto resta il punto di partenza di ogni analisi seria, anche se quel diritto lo si vuole riformare.





