Il Mondiale 2026 in pieno svolgimento, a 48 squadre, ospitato da USA, Canada e Messico, sta regalando fra conferme e sorprese grandi emozioni sportive. I 12 gironi si avviano alla chiusura e il quadro che emerge è già abbastanza chiaro. Francia e Argentina guidano i rispettivi gironi con 9 punti su 9: imbattute, convincenti, senza sbavature. Sono le candidate più solide alla finale. Spagna e Brasile chiudono a 7 punti, con un passo solido e un gioco collettivo di qualità superiore. Germania e Inghilterra confermano il loro status da contendenti seri, con qualche imperfezione ma con una buona rosa a disposizione per poter sperare nelle fasi a eliminazione diretta.
Le sorprese
Messico, Marocco, Belgio, Giappone. Azzardare un pronostico?
Argentina campione in carica, squadra molto forte con un Uomo in più: Messi.
La Francia sta dimostrando di essere avversaria molto compatta e temibile per chiunque. Brasile e Spagna sembrano le outsider più credibili. Finale? Azzarderei Argentina-Francia. Ma al di là dei tatticismi, della Fiera campionaria delle Squadre e dei Calciatori, di Vincitori e Vinti c’è qualcosa di straordinario che accade ogni quattro anni, qualcosa che nessun trattato diplomatico, nessun summit internazionale, nessuna dichiarazione di principio è mai riuscito davvero a produrre: il mondo si ferma, si siede insieme e guarda una palla rotolare. Non è soltanto sport. È un rito collettivo antico quanto la civiltà, una liturgia laica che parla la stessa lingua da Reykjavik a Lagos, da Buenos Aires a Tokyo. Un’America intera come teatro, tre culture ospitanti, decine e decine di lingue nei corridoi degli stadi: difficile immaginare scenografia più eloquente per riflettere suivalori umani dello sport.
Quarantotto nazioni, una sola umanità
Per la prima volta nella storia, il Mondiale vede la partecipazione di 48 squadre. Un’espansione che non è solo numerica: è geopolitica, culturale, simbolica. Nazioni come Haiti, Congo DR, Uzbekistan, Capo Verde portano su un palcoscenico globale storie di popoli che raramente vedono la propria bandiera sventolare in contesti di celebrazione internazionale. Il calcio, in questo, ha una capacità che la politica gli invidia: abbattere le gerarchie del potere e sostituirle, almeno per novanta minuti, con la democrazia del merito e del sudore.
Il campo come agorà
C’è una dimensione antropologica profonda nel calcio che merita di essere nominata senza pudori intellettuali. Il campo da gioco è l’agorà moderna: uno spazio pubblico dove si disputano non solo punti, ma identità. Ogni nazionale porta con sé il peso della propria storia, le cicatrici della propria geografia, le speranze di milioni di persone che in essa si rispecchiano. Haiti che affronta nel Gruppo C Brasile Marocco e Scozia e si confronta con queste bandiere del Calcio, non è solo un risultato sportivo: è un messaggio di dignità che percorre oceani.
Allo stesso modo, il Canada co-ospite che lotta con fierezza, la Scozia con il suo esercito di tifosi, il Tartan Army, che prende possesso delle città americane come Boston, o ancora Messi che a trentanove anni torna sul grande palco con l’Argentina: sono narrazioni umane prima ancora che calcistiche. Il campione argentino, che ha già scritto la storia di questo sport, incarna quella tensione universale tra il tempo che passa e la volontà che resiste, che appartiene non a un calciatore ma a ogni essere umano che si misura con i propri limiti.
Lo sport come cura dell’anima collettiva
In un’epoca di frammentazione — sociale, politica, identitaria — il grande evento sportivo svolge una funzione che va ben oltre l’intrattenimento. Riunisce famiglie davanti a uno schermo, raduna stranieri in un bar a fare il tifo per la stessa maglia, costringe persone che non si parlerebbero mai a condividere un’emozione. È, a modo suo, una forma di medicina sociale. Non guarisce le disuguaglianze, non risolve i conflitti, non è la risposta ai grandi problemi del mondo — sarebbe ingenuo pensarlo. Ma crea, anche solo temporaneamente, quella esperienza di comunità che è il presupposto di ogni convivenza civile.
Los Angeles, città-simbolo della molteplicità culturale, ha organizzato attorno al Mondiale un programma di 39 giorni di celebrazioni, con festival, zone per i tifosi e iniziative per i diritti umani, sviluppate in collaborazione con la Commissione per le Relazioni Umane della Contea di Los Angeles. Un dettaglio non secondario: lo sport come occasione per affermare valori, non solo per misurare velocità e tecnica.
Cosa resterà, oltre il risultato
La finale si giocherà il 19 luglio al New Jersey Stadium. Poi ci sarà un vincitore, e tutti gli altri non saranno gli sconfitti. Il valore autentico di un Mondiale non abita nella coppa alzata al cielo da un capitano, bensì in ciò che rimane negli occhi di chi ha guardato: un bambino in un villaggio africano che vede il suo campione correre sotto una pioggia di coriandoli americani e si convince che anche lui, un giorno, può farcela.
Un emigrato che sente l’inno della sua terra in uno stadio lontano e per un momento non è più straniero. Un anziano che ritrova nel gioco l’eco di una giovinezza lontana. Lo sport ed il calcio in particolare, è uno dei pochi linguaggi rimasti capaci di parlare simultaneamente all’istinto, all’intelletto, alla pancia e al cuore di Ognuno. È teatro, è rito, è narrazione. Ed è, nelle sue forme migliori, uno dei modi più onesti che l’umanità abbia trovato per dirsi: siamo diversi, sì, ma siamo qui, insieme, ad emozionarci per la stessa cosa. Ecco perché ogni Mondiale ci cambia e ci migliora.





