I colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran sono attesi oggi in Qatar, alla presenza dei mediatori, con al centro lo Stretto di Hormuz e la stabilità regionale. Lo ha riferito Al Arabiya, secondo cui le delegazioni americana e iraniana avrebbero dovuto incontrare già ieri il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani e mediatori pakistani a Doha. La conferma di un negoziato diretto, però, non è arrivata. Il Qatar ha precisato che l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner, consigliere e genero di Donald Trump, sono a Doha, ma “non sono qui per i negoziati con gli iraniani”.
Il portavoce del ministero degli Esteri qatariota, Majed Al Ansari, ha spiegato che i due incontreranno mediatori e funzionari del Qatar e discuteranno “tutte le questioni regionali”, compresi Iran e Libano. Teheran conferma la linea. Il ministero degli Esteri ha annunciato l’invio in Qatar di una delegazione tecnica, ma ha escluso incontri con gli Stati Uniti “a qualsiasi livello” nei prossimi giorni. “Non siamo ancora entrati nella fase di negoziazione di un accordo definitivo”, ha detto il portavoce Esmaeil Baghaei. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito su X che l’intesa resta fondata sulla reciprocità: “Rispetteremo i nostri obblighi se gli americani faranno lo stesso”.
Pedaggi a Hormuz
Il dossier centrale resta Hormuz. Secondo il New York Times, Iran e Oman procedono con il piano per riscuotere pagamenti dalle navi in transito nello Stretto, nonostante le obiezioni di Washington. Muscat avrebbe già presentato agli Stati Uniti e ad altri alleati una proposta formale sulle tariffe di servizio. Teheran rivendica anche il controllo esclusivo dello sminamento. Il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha detto che le operazioni saranno condotte “esclusivamente dall’Iran” e ha invitato la Francia a “non complicare ulteriormente la situazione con le sue provocazioni”, dopo le parole di Emmanuel Macron su un possibile coordinamento con l’Oman.
Baghaei ha aggiunto che nello Stretto “non c’è bisogno di alcun intervento da parte di altri Paesi”. Il traffico marittimo resta ridotto. Secondo la Cnn, che cita la società Kpler, lunedì 40 navi hanno attraversato Hormuz, contro una media superiore a 100 prima dell’inizio della guerra con l’Iran. Sedici imbarcazioni hanno seguito la rotta iraniana, mentre altre 12 hanno spento i sistemi di tracciamento o hanno percorso rotte non identificate.
Washington sotto pressione
Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump è sotto pressione del Congresso. Il segretario di Stato Marco Rubio e Witkoff hanno assicurato ai parlamentari che l’obiettivo è un accordo definitivo che impedisca all’Iran di possedere uranio altamente arricchito. I democratici chiedono però chiarimenti sui fondi scongelati a favore di Teheran. Secondo Al Arabiya, l’Iran dovrebbe ricevere entro la settimana circa 3 miliardi di dollari di fondi congelati; Pezeshkian ha parlato invece di beni sbloccati per almeno 6 miliardi.
Il leader democratico al Senato Chuck Schumer ha avvertito che l’allentamento delle sanzioni garantirà a Teheran miliardi di dollari in ricavi petroliferi, lasciandole al tempo stesso leva su Hormuz. Sul piano militare, l’Iran avverte che reagirà a ogni violazione della tregua. Il ministro della Difesa ad interim Majid Ebn-Reza ha detto che Teheran adotterà “senza esitazione” misure “necessarie e proporzionate” se gli Stati Uniti non rispetteranno i termini del cessate il fuoco.
Libano e Gaza
La tensione resta alta anche in Libano. Dopo il rifiuto di Hezbollah dell’accordo tra Beirut e Israele, l’Idf non ha lasciato la linea gialla. Secondo i media israeliani, nella notte sono stati compiuti nuovi raid nel sud del Libano: un attacco aereo ha colpito Deir Siryan, nel distretto di Nabatieh, mentre ad Hadatha sarebbe stata sganciata una “bomba sonora” contro un’abitazione. A Gaza, intanto, si è aperta ieri a Cipro la riunione del Board of Peace voluto da Trump per rilanciare la strategia sull’enclave palestinese. L’incontro dovrebbe durare due o tre giorni.
Tra i partecipanti attesi ci sono il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, l’ex premier britannico Tony Blair e rappresentanti del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, formato da tecnocrati palestinesi destinati, nelle intenzioni dei promotori, a sostituire Hamas nella gestione della Striscia. Il quadro sul terreno resta drammatico.
Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, ha riferito di otto morti e 26 feriti nelle ultime 24 ore negli attacchi israeliani. Dall’inizio della guerra, secondo lo stesso ministero, i morti palestinesi sono 73.066 e i feriti 173.514. Il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha denunciato una situazione “disastrosa”: “Le città sono rase al suolo, livellate, azzerate. Rafah non esiste più”. A Gaza, ha aggiunto, “la gente vive in mezzo alle fognature” e una delle piaghe più presenti sono “i topi che mordono soprattutto i bambini”.





