Ci sono interviste che raccontano un fatto. E ce ne sono altre che aiutano a interpretare un fenomeno. Quella con il Primo Ministro albanese Edi Rama appartiene alla seconda categoria.
A pochi giorni dai due ampi approfondimenti che il Financial Times ha dedicato all’Albania – uno sulle proteste nate attorno al progetto turistico di Zvërnec, l’altro una lunga intervista nella quale ha risposto alle accuse più dure rivoltegli negli ultimi mesi – ho incontrato Rama nel suo ufficio a Tirana.
Il clima politico resta teso. Da settimane il Governo è al centro di una dura campagna di contestazione che ha ormai superato i confini nazionali, alimentando un acceso dibattito anche sui media internazionali.
Rama sceglie di affrontare direttamente le accuse. Non chiede di essere creduto. Chiede qualcosa di molto più semplice: le prove.
“Se qualcuno sostiene che abbiamo venduto un’isola o distrutto una costa, lo dimostri. L’accordo non è stato nemmeno firmato. I negoziati sono ancora aperti”.
È un richiamo a un principio elementare dello Stato di diritto: l’onere della prova spetta a chi accusa.
“L’accusa di essere il “padrino dell’Albania” è probabilmente la più ingiusta che mi sia stata rivolta. Quello che mi addolora davvero è vedere accuse prive di qualsiasi prova trasformarsi in una narrazione internazionale. A quel punto non è più un problema personale: è un danno all’immagine dell’Albania”.
Eppure, nell’epoca dei social network e dell’intelligenza artificiale, questo principio sembra essersi capovolto. Prima nasce la narrazione, poi – forse – arrivano i fatti. Nel frattempo milioni di persone hanno già costruito una convinzione.
È la grande questione della politica contemporanea: la distanza crescente tra realtà e percezione.
L’Albania conosce bene questo terreno. Nel 2022 è stata colpita da un massiccio attacco informatico attribuito all’Iran, un episodio che ha segnato profondamente la strategia di sicurezza del Paese. È anche alla luce di quella esperienza che Rama interpreta ciò che sta accadendo oggi.
“Noi siamo in una cyber-guerra dal 2022. Ci sono mani esterne che cercano di creare instabilità e noi abbiamo le prove. Solo il 3% dei contenuti digitali sull’Albania è prodotto nel nostro Paese”.
Che si condivida o meno questa lettura, la riflessione merita attenzione. Perché oggi la reputazione di uno Stato non si costruisce soltanto con i risultati economici, gli investimenti o la diplomazia. Si costruisce, e talvolta si distrugge, anche nello spazio digitale.
Nel frattempo l’Albania continua a crescere. Il turismo registra numeri record, aumentano gli investimenti internazionali e il percorso verso l’Unione Europea procede.
“Nessuno può fermare il percorso dell’Albania verso l’Unione Europea”.
Naturalmente tutto questo non significa che un Governo non debba essere criticato. La critica è il fondamento di ogni democrazia. Ma altra cosa è sostituire le prove con le suggestioni o trasformare un’ipotesi in una verità acquisita.
Forse è proprio questo il messaggio più interessante emerso dalla conversazione con il premier albanese.
Non riguarda soltanto l’Albania.
Riguarda tutti noi.
Perché nell’era dell’intelligenza artificiale, dei video manipolati e degli algoritmi che amplificano contenuti e indignazione, il rischio è che la percezione finisca per prevalere sulla realtà.
E quando accade, a perdere non è soltanto un leader politico. È la qualità stessa del dibattito democratico.





