Con un voto definito “storico”, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha appoggiato la recente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che riconosce la crisi climatica come una questione di diritti umani e di responsabilità legale degli Stati.
La decisione, accolta con applausi a New York, segna un punto di svolta nel diritto internazionale: per la prima volta, la Corte ha stabilito che i governi hanno l’obbligo giuridico di ridurre le emissioni e proteggere le popolazioni più vulnerabili dagli effetti del riscaldamento globale.
La risoluzione, proposta da Vanuatu e sostenuta da oltre 130 Paesi, invita gli Stati membri a integrare la sentenza nei propri ordinamenti e a presentare piani di conformità entro il 2027. Il Segretario Generale António Guterres ha definito il voto “un passo decisivo verso la giustizia climatica”, sottolineando che “la scienza e il diritto parlano ormai con una sola voce”.
Anche l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Volker Türk, ha salutato la decisione come “una vittoria per le generazioni future”. Non tutti, però, condividono l’entusiasmo. Alcuni Paesi produttori di petrolio e carbone hanno espresso riserve, temendo che la sentenza possa aprire la strada a cause internazionali per danni ambientali. Gli Stati Uniti si sono astenuti, mentre la Cina ha chiesto “un approccio equilibrato” che tenga conto delle diverse capacità economiche.
L’Unione Europea, invece, ha votato compatta a favore, definendo la pronuncia “una pietra miliare per la governance globale del clima”. La Corte Mondiale aveva stabilito che l’inazione climatica viola il diritto alla vita, alla salute e allo sviluppo, imponendo agli Stati di agire “in modo coerente con la scienza e con gli impegni internazionali”.
L’appoggio dell’Assemblea Generale trasforma ora quella sentenza in un riferimento politico e morale per tutto il sistema ONU. Un segnale chiaro: la lotta al cambiamento climatico non è più solo una questione ambientale, ma di giustizia universale.





