Il 2025 è stato l’anno con più conflitti tra Stati dalla Seconda Guerra Mondiale e con il più alto numero di vittime dal genocidio ruandese, secondo un nuovo studio dell’Uppsala Conflict Data Program (UCDP), una delle principali fonti globali sulla violenza armata. I ricercatori hanno registrato 65 conflitti attivi, di cui otto tra Stati sovrani, il doppio rispetto al 2024: un livello mai raggiunto da quando il programma ha iniziato a raccogliere dati nel 1946.
Tra i conflitti interstatali figurano le guerre Russia‑Ucraina, Iran‑Israele, le tensioni tra India e Pakistan, Thailandia e Cambogia, e gli scontri che coinvolgono Israele in Siria e Yemen. A questi si aggiunge il conflitto di confine tra Afghanistan e Pakistan e la guerra nel Mar Rosso tra Stati Uniti, Regno Unito e milizie Houthi.
Il bilancio umano è altrettanto drammatico: 244.600 morti nel 2025, contro le 187.000 dell’anno precedente. La guerra più sanguinosa è stata quella tra Russia e Ucraina, responsabile del 62% delle vittime totali, con 77.700 morti russi e 14.000 ucraini stimati attraverso fonti aperte. Seguono il conflitto Israele‑Hamas con 14.400 vittime e la guerra in Sudan, dove 12.200 morti nei combattimenti si sommano a decine di migliaia di civili uccisi dalle RSF dopo la caduta di El Fasher. Lo studio distingue tra violenza statale, violenza non statale e violenza unilaterale contro i civili, categoria quest’ultima che ha raggiunto livelli record, soprattutto in Sudan. Tredici dei conflitti analizzati hanno superato la soglia delle mille vittime annue, classificandosi come guerre a tutti gli effetti.
Secondo i ricercatori, l’aumento dei conflitti è legato anche al declino dell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti dal 1945. Tuttavia, gli autori precisano che i dati non permettono di attribuire responsabilità dirette a singole amministrazioni politiche: la tendenza è iniziata ben prima. Quel che è certo, avvertono gli analisti, è che il 2026 non si preannuncia più pacifico.





