Sin dall’antichità e fino al secolo scorso era inconcepibile che un politico non fosse dotato di una buona oratoria. La capacità oratoria è innata ma deve essere educata con lo studio e con l’esercizio. Aristotele e Quintiliano sono stati i massimi teorici della retorica di cui l’arte oratoria è una parte. Ma un buon discorso può convincere un’Assemblea o una piazza? Demostene, il massimo oratore greco, riuscì, con le sue famose Filippiche, a convincere gli Ateniesi a non accettare supinamente la politica imperialistica del Re Filippo di Macedonia ma poi le cose andarono diversamente perché le parole hanno un potere ma le armi hanno un potere molto maggiore.
Cicerone è stato il massimo oratore sia giudiziario che politico dell’antica Roma. E questo non deve sorprendere perché spesso gli avvocati sono degli ottimi oratori. Cicerone chiedeva consiglio ad un attore famoso su come muoversi, come atteggiarsi, che tono dare alla voce e quale espressione del volto adottare. Scriveva in anticipo i suoi discorsi e per ricordarli li divideva in sezioni come stanze di una casa e all’interno di ciascuna stanza poneva una parola chiave. Ecco perché anche oggi un oratore procedendo nel discorso dice: in primo luogo-in secondo luogo. Con la sua oratoria riuscì a vanificare il colpo di stato ordito da Catalina. Famoso è l’incipit pronunziato nel Senato “usque tandem Catilinae abutere patientiae nostre?” La sua capacità oratoria gli si ritorse contro quando pronunciò alcuni durissimi attacchi contro Marco Antonio, perché venne ucciso dai sicari del paladino di Cesare.
Sorte non dissimile toccò a Maximilian Robespierre, l’incorruttibile avvocato di Arras che divenne il capo dei Giacobini. Memorabile il suo discorso pronunciato alla Convenzione il 5 febbraio 1794. Vi sono elencati tutti i principi di una repubblica democratica ma vi è anche preannunciata la stagione del Terrore con la giustificazione che se il fine è buono qualsiasi mezzo può essere tollerato. Il Terrore fece 70.000 morti e quel discorso, peraltro di una potenza impressionante, gli si ritorse contro. Infatti 27 luglio la Convenzione lo destituì e il 28 lo fece ghigliottinare.
Il maggio radioso
Con il termine di maggio radioso gli storici intendono il maggio 1915. La mia attenzione è posta su quello che in questo maggio la potenza dell’oratoria riuscì ad ottenere. Ma dobbiamo prima fare un salto indietro e portarci al 1864 in cui il neonato Regno d’Italia combatté, alleato alla Prussia, la sua III Guerra di Indipendenza contro l’Austria. Le prove dell’Esercito Italiano a Custoza e della Marina a Lissa furono deficitarie ma la vittoria della Prussia a Sadowa ci garantì il Veneto. Rimanemmo alleati alla Prussia poi evoluta in Germania, e quando vi si aggiunse l’Austria ecco formata la Triplice Alleanza. Era però un’alleanza di comodo per l’Austria.
Quando nel 1908 il terremoto di Messina e Reggio Calabria fece 80.000 morti e parte dell’Esercito Italiano venne spostato al sud per portare soccorso, il Generale Von Conrad capo di stato maggiore austriaco preparò i piani per attaccare l’Italia alle spalle, per riprendersi Veneto e Lombardia e forse qualcos’altro. L’imperatore Francesco Giuseppe negò le autorizzazioni non per ragioni morali ma per qualche dubbio sul successo dell’operazione. Il primo agosto 1914 gli Imperi Centrali scatenarono la guerra e poiché la Triplice era una alleanza difensiva l’Italia dichiarò la sua neutralità. Durante questo anno e l’inizio del 1915 in Italia si accese un’ampia discussione: restare neutrali o entrare in guerra con l’Intesa?
Giolitti sosteneva l’utilità di rimanere neutrali asserendo che l’Italia ci avrebbe guadagnato parecchio. Il parecchio consisteva in Trento ma non in Bolzano; Trieste sarebbe stata costituita in città libera e niente da fare per l’Istria fino al Golfo del Quarnaro dove dice Dante, il dolce si suona; e tutto questo non subito ma a guerra conclusa dalle potenze centrali dopo la loro vittoria. Il Presidente del Consiglio Salandra e il suo ministro degli Esteri Sonnino stipularono il 9 aprile il patto segreto di Londra che impegnava l’Italia a scendere in guerra a fianco dell’Intesa. Un passaggio alla Camera dei Deputati era d’obbligo. Ed eccoci giunti al maggio radioso.
Il 4 del mese venne inaugurato a Quarto un monumento alla impresa dei Mille. Il relatore designato era Gabriele D’Annunzio che tenne un discorso infuocato, nessuna autorità pubblica si fece vedere. Il 13 Giolitti giunse a Roma e molti deputati lasciarono il loro biglietto da visita nell’albergo dove Giolitti alloggiava; erano più di trecento. Alla Camera i neutralisti avrebbero avuto la maggioranza. Salandra, appresa questa notizia, si dimise. Il re respinse le sue dimissioni perché si doveva passare attraverso il voto della Camera.
Il Discorso dell’Araceli
Gabriele D’Annunzio fece sapere che il 19 avrebbe parlato dalla scalinata dell’Araceli. Una folla immensa vi accorse. Fra questi un giovane avvocato ventisettenne nativo di Francavilla al Mare, il mio nonno materno Ettore Morgia, dalla cui voce ho appreso alcune delle cose che dico. Ecco alcuni passi del discorso del Vate:
“Compagni non è più il tempo di parlare ma di fare; non è più il tempo di concionare ma di percuotere. Se è considerato come un crimine eccitare i cittadini alla violenza io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra di me solo. Il nostro destino si compie non nelle adunanze ma nelle piazze. Oggi la nostra causa è la causa della luce contro le tenebre. Udite udite in tradimento è oggi manifesto. Non ne respirate voi il fetore? Il tradimento si consuma a Roma, nella città dell’anima, nella città di vita. Noi siamo pronti a scacciarli, a ricacciarli nella loro fogna. Oggi non c’è più che una sola virtù, l’intransigenza. Formatevi in pattuglie, formatevi in squadre. Prendete il comando delle vie. Se è necessario date il fuoco. La vostra volontà non deve essere più una voce ma un’arma. Domani il sole non deve sorgere se non su una Roma che abbia ripreso il suo diritto e la sua gloria.”
“Non c’è più che una sola fede, l’Italia. Beati i giovani che sono assetati e affamati di gloria perché saranno saziati. Beati quelli che hanno il cuore puro, beati quelli che ritornano con la vittoria perché vedranno il viso novello di Roma.”
Detto questo sfoderò, come racconta mio nonno, una sciabola che disse essere di Nino Bixio. La lama illuminata dai raggi del sole al tramonto rosseggiava e Gabriele disse: “vedete? anche il sole di Roma vuole la guerra!” Poi concluse il discorso con queste parole: “i nostri cuori sono le nostre corazze, le nostre mani sono le nostre armi. Andremo cantando verso la morte, andremo cantando verso la gloria!” E intonò le prime strofe dell’Inno di Mameli, parole che il giovane Goffredo aveva composto 66 anni prima quando, accorso per difendere la Repubblica Romana, morì combattendo a soli 21 anni. Tutta la folla presente intonò il canto con forza maestosa, e la notizia di questi fatti si sparse per tutta la città.
Il giorno seguente, senza che si fosse verificato alcun episodio di violenza, si tenne alla Camera la votazione sulla Mozione che attribuiva poteri speciali al Governo. L’esito fu questo: favorevoli 404 contrar 74 astenuti 1. Il 24 maggio l’Esercito Italiano varcava il Piave.
Epilogo
La mattina del 4 novembre 1918 si sparse per Roma la notizia che gli obiettivi della guerra erano stati raggiunti, l’armistizio era stato firmato, la vittoria era conquistata. Una folla enorme si radunò nella Piazza del Quirinale con migliaia di bandiere tricolori. Quando il Re si affacciò al balcone da quella folla si levò un canto; non era la Marcia Reale, l’inno ufficiale dello stato, era l’inno di Mameli. Una nazione intera aveva marciato verso la morte, la guerra ci era costata 650.000 caduti, aveva marciato verso la gloria; il Risorgimento italiano si era finalmente concluso.





