La crisi politica danese ha imboccato una nuova direzione dopo che il re ha affidato al ministro della Difesa, Troels Lund Poulsen, il compito di esplorare la formazione di un governo di centro‑destra. La decisione arriva dopo settimane di negoziati infruttuosi guidati dalla premier socialdemocratica Mette Frederiksen, che sperava di ottenere un terzo mandato nonostante il forte arretramento elettorale del suo partito. Le elezioni di marzo hanno infatti prodotto un Folketing frammentato in dodici partiti, rendendo estremamente complessa la costruzione di una maggioranza stabile.
Il punto di svolta è arrivato venerdì, quando Lars Løkke Rasmussen e il suo partito Moderato hanno abbandonato i colloqui con Frederiksen, proponendo che fosse Lund Poulsen — leader dei liberali di destra — a prendere in mano le trattative. La mossa ha scosso l’equilibrio politico, aprendo la possibilità che il ministro della Difesa possa tentare di riunire le forze conservatrici e centriste attorno a un nuovo esecutivo.
Lund Poulsen dovrà ora verificare se esistono i numeri per una coalizione alternativa, in un momento in cui la Danimarca affronta tensioni diplomatiche con l’amministrazione statunitense di Donald Trump sulla questione della Groenlandia. Se riuscirà a ottenere un sostegno sufficiente, potrebbe diventare primo ministro; in caso contrario, il mandato negoziale tornerebbe a Frederiksen o a un altro leader di partito. Per i socialdemocratici, la situazione è delicata: con soli 38 seggi su 179, il loro peggior risultato dal 1903, la capacità di influenzare la formazione del governo si è drasticamente ridotta. Intanto, il Paese resta in attesa di un esecutivo pienamente operativo, mentre le sfide internazionali e interne richiedono decisioni rapide.






