Colpo di scena a Teheran sul fronte dei negoziati con gli Stati Uniti. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, avrebbe rassegnato le dimissioni da capo della squadra negoziale a causa di profondi contrasti ai vertici del potere. Parallelamente, si intensifica l’attività diplomatica della Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, è atteso a Islamabad, per poi proseguire verso Muscat, in Oman, e Mosca. L’agenzia Irna ha confermato il cambio nella squadra negoziale, sottolineando che il viaggio punta a consultazioni bilaterali sulle trasformazioni regionali e sull’evoluzione del conflitto con Stati Uniti e Israele.
Pakistan, nuove proposte USA all’Iran
Nuovi sviluppi arrivano dal canale pakistano. Il capo delle forze armate di Islamabad, Asim Munir, ha consegnato a Teheran una serie di proposte statunitensi per rilanciare i colloqui. A riferirlo è l’ambasciatore iraniano in Russia, Kazem Jalali, durante un incontro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai a Mosca. Le proposte sono attualmente al vaglio delle autorità iraniane, dopo la visita del generale pakistano a Teheran lo scorso 16 aprile, dove ha incontrato i vertici politici e militari del Paese.
L’attacco di Hegseth
Dagli Stati Uniti arriva una linea dura. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha liquidato come “chiacchiere inutili” le discussioni tra circa 50 Paesi riuniti a Parigi per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Hegseth ha criticato apertamente gli alleati europei, sostenendo che la sicurezza dello Stretto rappresenta “una battaglia molto più europea che americana”. Un messaggio diretto che evidenzia le divergenze tra Washington e i partner europei sulla gestione della crisi.
USA: negoziati o l’opzione militare
Sul terreno, la tensione resta alta. Secondo fonti citate dalla CNN, le forze armate statunitensi stanno preparando piani di emergenza per colpire le difese iraniane nello Stretto di Hormuz in caso di collasso del cessate il fuoco. Gli scenari operativi includono la neutralizzazione di mine, imbarcazioni d’attacco rapido e batterie costiere, con l’obiettivo di mantenere aperto un passaggio strategico da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Dal Pentagono ribadiscono che “tutte le opzioni restano sul tavolo”, lasciando intendere che la via diplomatica convive con una concreta preparazione militare.
America a corto di missili
Il conflitto sta inoltre incidendo sulle capacità militari statunitensi. Secondo valutazioni del Dipartimento della Difesa, riportate dal New York Times, le scorte di missili e armamenti avanzati risultano significativamente ridotte. Tra i sistemi impiegati figurano oltre mille missili da crociera stealth, circa mille Tomahawk e più di mille intercettori Patriot, oltre a un ampio utilizzo di armamenti di precisione. Il costo complessivo della guerra viene stimato tra i 28 e i 35 miliardi di dollari.
Gli interrogativi sul riarmo
Il riarmo accelerato solleva interrogativi sulla prontezza degli Stati Uniti rispetto ad altri potenziali scenari, in particolare nei confronti di Russia e Cina. Secondo il Wall Street Journal, Washington avrebbe persino coinvolto l’industria automobilistica per rafforzare la produzione bellica, rievocando modelli della Seconda guerra mondiale.
Palestinesi al voto
Nel frattempo, sul fronte palestinese si apre una fase significativa. Oltre un milione di elettori sono chiamati alle urne per rinnovare 420 consigli locali. Particolare attenzione è rivolta a Deir el-Balah, nella Striscia di Gaza, scelta come area simbolo per rilanciare il processo democratico dopo anni di conflitto. Si tratta del primo voto nella Striscia dal 2006, quando Hamas vinse le legislative, consolidando successivamente il controllo del territorio dopo gli scontri con Fatah, il partito guidato dal presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas.
Un passaggio che potrebbe avere ripercussioni sugli equilibri interni palestinesi e, più in generale, sul quadro politico della regione.





