Il governo iraniano sta imponendo ai cittadini la pubblicazione di contenuti filo‑regime e la consegna di informazioni personali sensibili come condizione per riottenere l’accesso a Internet, secondo quanto riferito da attivisti digitali e funzionari occidentali.
La misura, applicata in particolare nelle province colpite dalle recenti proteste, rappresenta uno dei più aggressivi strumenti di controllo sociale adottati da Teheran negli ultimi anni.
Secondo fonti di sicurezza statunitensi, le autorità iraniane avrebbero sviluppato un sistema di “riattivazione condizionata” che obbliga gli utenti a registrarsi tramite piattaforme governative, fornendo numeri di telefono, indirizzi, contatti familiari e in alcuni casi persino l’accesso ai propri account social. Una volta completata la procedura, agli utenti viene richiesto di pubblicare post che lodano il governo, condannano le proteste o diffondono messaggi ufficiali. Organizzazioni per i diritti digitali hanno denunciato che tali pratiche costituiscono una forma di coercizione politica e violano il diritto alla privacy.
Molti cittadini, temendo ritorsioni, avrebbero accettato le condizioni pur di tornare online per lavorare, studiare o comunicare con i familiari. Altri, invece, hanno scelto di rimanere offline, affidandosi a reti clandestine o VPN illegali. Il governo iraniano giustifica le restrizioni sostenendo che le proteste sono alimentate da “campagne di disinformazione straniere” e che la regolamentazione dell’accesso a Internet è necessaria per “proteggere la sicurezza nazionale”. Tuttavia, analisti occidentali ritengono che Teheran stia sperimentando un nuovo modello di controllo digitale, più sofisticato del semplice blackout delle reti utilizzato in passato. La pressione internazionale è aumentata nelle ultime settimane. Washington ha accusato l’Iran di “sfruttare la tecnologia per reprimere il dissenso”, mentre l’Unione Europea valuta nuove sanzioni contro funzionari coinvolti nella sorveglianza di massa.





