Funzionari statunitensi ritengono che hacker legati all’Iran siano responsabili delle recenti violazioni dei sistemi di monitoraggio del carburante presso stazioni di servizio in diversi Stati, un’ondata di attacchi che ha causato interruzioni, malfunzionamenti e ritardi nelle operazioni di rifornimento.
Secondo un rapporto interno citato da più fonti governative, gli aggressori avrebbero sfruttato vulnerabilità note nei software di gestione remota utilizzati da molte catene di distributori. Gli attacchi non hanno compromesso la sicurezza fisica delle infrastrutture, ma hanno temporaneamente bloccato i sistemi che monitorano livelli dei serbatoi, flussi di carburante e transazioni digitali.
In alcuni casi, gli operatori sono stati costretti a passare a procedure manuali, rallentando il servizio e generando code. Le autorità federali stanno ancora valutando l’impatto economico complessivo, ma sottolineano che l’episodio dimostra la fragilità delle reti industriali connesse.
Secondo il rapporto, gli investigatori sospettano che il gruppo responsabile abbia legami con l’intelligence iraniana e che l’operazione possa essere parte di una più ampia campagna di pressione digitale contro gli USA. Negli ultimi mesi, Washington ha accusato Teheran di aver intensificato le attività di cyber‑spionaggio e di aver preso di mira infrastrutture critiche, dalle reti idriche ai sistemi energetici.
Il Dipartimento della Sicurezza Interna e la CISA hanno emesso un avviso congiunto invitando le aziende del settore a rafforzare le misure di sicurezza, aggiornare i software vulnerabili e monitorare eventuali attività anomale. Le autorità hanno ricordato che molti dei sistemi colpiti utilizzavano configurazioni obsolete o prive di adeguate protezioni.
Teheran ha respinto le accuse definendole “propaganda politica”, ma gli analisti sottolineano che il confronto cyber tra i due Paesi è ormai una costante, con attacchi e controattacchi che raramente vengono riconosciuti pubblicamente.





