La Corte penale internazionale ha stabilito che l’ex presidente filippino Rodrigo Duterte deve essere processato per omicidio come crimine contro l’umanità, dopo aver confermato tutte le accuse presentate dall’accusa. I giudici dell’Aia hanno affermato che esistono “solidi elementi” per ritenere Duterte responsabile di una serie di uccisioni avvenute tra il 2011 e il 2019, nel contesto della sua controversa “guerra alla droga”, una campagna che secondo i procuratori avrebbe provocato migliaia di morti tra sospetti consumatori e piccoli spacciatori. La decisione della Pre-Trial Chamber rappresenta un passaggio storico: è la prima volta che un ex capo di Stato asiatico viene formalmente rinviato a giudizio dalla Corte per crimini contro l’umanità.
I giudici hanno confermato tre capi d’accusa di omicidio e tentato omicidio, sostenendo che le prove indicano l’esistenza di un “piano comune” volto a eliminare presunti criminali attraverso esecuzioni extragiudiziali, sia durante il periodo in cui Duterte era sindaco di Davao City, sia durante la sua presidenza. La Corte ha inoltre rilevato che le uccisioni sarebbero state parte di un attacco “diffuso e sistematico” contro la popolazione civile, condotto tramite squadre della morte, forze di polizia e gruppi armati informali.
Il governo filippino, attraverso l’ufficio del presidente Ferdinand Marcos Jr., ha dichiarato di rispettare la decisione, sottolineando che il processo potrà garantire giustizia “sia all’imputato, se innocente, sia alle vittime, se i loro diritti sono stati violati”. Per le organizzazioni per i diritti umani, la conferma delle accuse rappresenta una svolta attesa da anni. La Federazione Internazionale per i Diritti Umani ha definito la decisione “un passo cruciale verso la responsabilità”, ricordando che le vittime e le loro famiglie hanno a lungo denunciato l’assenza di indagini efficaci nelle Filippine. Il caso passerà ora a una Trial Chamber, che definirà il calendario del procedimento.





