Il Mar Mediterraneo è sempre più caldo, più acido e soggetto a fenomeni meteorologici estremi di crescente intensità. Di fronte a questo scenario, la comunità scientifica lancia un appello: per difendere le coste italiane non bastano più singoli progetti di ricerca, ma serve una struttura istituzionale capace di trasformare i dati in strumenti operativi per la gestione del rischio. È quanto emerso durante le Giornate dell’Ambiente di Ecomed, in corso a Catania, dove l’Ogs – Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale ha presentato uno studio innovativo sulla dinamica degli uragani mediterranei.
Al centro del dibattito, la proposta di istituire una “cabina di regia” nazionale, sul modello della Protezione Civile, per fornire allerte tempestive e modelli predittivi utili a territori e amministrazioni.
La Direttrice generale dell’Ogs Paola Del Negro ha sottolineato il ruolo strategico della Sicilia e della sede di Milazzo come laboratorio naturale per lo studio dei cambiamenti climatici: “La realtà siciliana è il contesto ideale per le nostre missioni sul clima, ma la sfida si vince solo facendo rete con altri istituti”.
Impatto economico
Il Direttore della sezione di oceanografia Cosimo Solidoro ha evidenziato come la crisi climatica abbia impatti diretti non solo sull’ambiente ma anche sull’economia: “L’oceano assorbe la maggior parte dell’energia in eccesso causata dai gas serra. Senza pesci non c’è pesca, senza infrastrutture sicure non c’è portualità”. Tra i rischi più rilevanti, l’acidificazione dei mari — che potrebbe aumentare fino all’80% entro il 2100 nello scenario peggiore — e l’innalzamento del livello del mare, destinato a ridisegnare le economie costiere.
Il momento centrale della sessione è stata la presentazione dei dati raccolti durante la tempesta ‘Harry’, verificatasi tra il 19 e il 22 gennaio. Grazie al progetto Pnrr Itineris, i ricercatori dell’Ogs hanno impiegato una rete avanzata di strumenti: 25 sonde autonome “Argo float” e boe di superficie. Questa infrastruttura ha permesso non solo di migliorare le previsioni meteorologiche, ma anche di osservare fenomeni profondi finora poco conosciuti.
Le analisi hanno mostrato come il ciclone abbia trasportato calore fino a 400 metri di profondità, contribuendo all’espansione del volume dell’acqua e aggravando il rischio di inondazioni costiere. Allo stesso tempo, i vortici sottomarini hanno riportato in superficie nutrienti fondamentali, favorendo fioriture algali capaci di assorbire grandi quantità di anidride carbonica.
Appello
Da qui l’appello finale alla politica: “La comunità scientifica italiana è in grado di prevedere dove e come un’inondazione colpirà un porto o una città — ha concluso Solidoro — ma manca un coordinamento istituzionale che renda questi dati utilizzabili. Serve una cabina di regia governativa per trasformare le conoscenze in pianificazione concreta e progettare infrastrutture adattabili ai prossimi cinquant’anni”.





