Si sono da poco concluse le celebrazioni per il 174° anniversario della Polizia di Stato che a Roma, in Piazza del Popolo, si sono protratte per tre giorni ed hanno visto la partecipazione delle più alte cariche dello Stato e dei vertici della Polizia di Stato.
Con il più profondo rispetto che da sempre abbiamo nutrito nei confronti della nostra Amministrazione e che non ci siamo mai risparmiati di mostrare, siamo rimasti in ossequioso silenzio a guardare e ad ascoltare attività, iniziative e discorsi tristemente lontani anni luce dalla realtà viva e concreta nella quale, in questo momento storico (e ormai da qualche tempo!), vivono gli operatori della Polizia di Stato, da una parte, e i cittadini comuni dall’altra.
E allora, ritenendolo doveroso e non più differibile, privi di ogni benché minimo velo di ipocrisia, di cui peraltro non ci siamo mai vestiti, ci sentiamo in obbligo di contestare quella narrazione che un po’ tutti quanti ad ogni livello – il Sig. Capo della Polizia a Roma, i Questori nelle varie provincie, e tutte le Autorità politiche e civili che si sono succeduti, ciascuno dalla propria più o meno scenografica location all’uopo individuata hanno fatto di una situazione in cui, sia all’interno della nostra Istituzione e sia fuori tra la gente, sembra stia andando tutto bene e non ci
sono problemi.
È con profonda preoccupazione che rileviamo il progressivo e inaccettabile divario tra la comunicazione ufficiale promossa dall’Amministrazione, dal Capo della Polizia di Stato e dalle Autorità nazionali e locali, con la responsabile ed inspiegabile connivenza dei segretari generali nazionali dei sindacati e le condizioni concrete di vita e di lavoro degli appartenenti al Corpo, nonché la percezione reale di scarsa sicurezza registrata dalla cittadinanza. La narrativa di facciata, costruita su comunicati rassicuranti, dati selettivi e dichiarazioni di allineamento istituzionale, rischia di cancellare la voce di chi opera quotidianamente sul territorio, trasformando il disagio strutturale in silenzio colpevole. Tale approccio non solo mina la credibilità delle Istituzioni, ma erode la fiducia interna e la coesione operativa, elementi indispensabili per la sicurezza pubblica.
E allora, giusto perché consti e nel tentativo di rendere giustizia ai nostri dignitosissimi colleghi, sovraccaricati e sottopagati, ci permettiamo di evidenziare solo alcune delle gravi criticità che non abbiamo più intenzione di nascondere, come alcuni fanno con la polvere, sotto il tappeto.
Ecco, in particolare, quelle che risultano ormai sistemiche e non più derogabili:
- Eccesso di oneri e responsabilità senza adeguate tutele normative e operative. Gli agenti sono chiamati a fronteggiare compiti sempre più complessi, con responsabilità penali, amministrative e di comando in contesti ad alto rischio, senza che venga garantita una copertura giuridica chiara, strumenti operativi sufficienti né una valutazione realistica dei carichi di lavoro. Le responsabilità schizzano sempre più in alto, le tutele risultano impercettibili.
- Servizi in aumento continuo e organici insufficienti. Sempre più diffusa la consuetudine di ampliare servizi e presidi, magari nati per contrastare situazioni emergenziali ma che nel tempo si trasformano, come naturale evoluzione, in contesti e scenari stabili e strutturali, coperti con organici che a stento basterebbero per coprirne la metà. Con questi saldi la proporzione non può funzionare.
- Retribuzioni inadeguate al costo della vita. Il trattamento economico di base e le voci accessorie non tengono il passo con l’inflazione reale, con l’aumento dei costi generali di affitto, energia, trasporti e sostentamento familiare. La condizione economica di molti operatori è oggi incompatibile con la minima dignità professionale richiesta e con gli standard di vita attuali. Stress, senso di precarietà ed instabilità, oltre a calo della motivazione, sono le dirette conseguenze più sofferte ed evidenti.
- Ritardi sistematici nel riconoscimento di indennità di specialità e straordinario. Le voci retributive legate alle indennità accessorie, di specialità e/o di rischio, insieme con quelle relative a prestazioni straordinarie eccedenti, vengono accreditate con tempistiche che superano il plausibile, financo ad arrivare in alcuni casi a ritardi superiori ai 18 mesi. Per di più, al momento è evidente una palese disparità di trattamento economico tra operatori della Polizia Stradale “di serie A”, che lavorano su tratti a gestione AISCAT con convenzione aggiornata e importi regolarmente rivisti, e colleghi “di serie B”, operativi su tratti a gestione ANAS ancora fermi ai parametri della convenzione scaduta. Questi paradossi organizzativi e gestionali non costituiscono solo una violazione del principio di corresponsione tempestiva del lavoro prestato, ma realizzano un vero e proprio danno economico e morale, che grava sulle famiglie e sulla serenità operativa di chi mette le esigenze dell’Amministrazione davanti a quelle personali e dei propri affetti più cari.
- Immobilismo colpevole. L’assistenza psicologica e spirituale a sostegno del personale che ne dovesse avere bisogno è inesistente nella maggior parte delle articolazioni centrali e periferiche dell’Amministrazione e laddove attivata, sempre responsabilmente in ritardo, risulta sistematicamente inefficace. Emblematico il recente caso di Grosseto ove, dopo innumerevoli sollecitazioni sostenute anche da una partecipata raccolta firme, il Cappellano militare è stato nominato solo all’indomani del suicidio di una giovane funzionaria. Se interessa davvero arginare un fenomeno che sta diventando una piaga sistemica, bisogna intervenire in maniera rapida e strutturale.
- Scorrettezza formale ripetuta con evidenti responsabilità personali da accertare. Abbiamo continuato a sperare che i Sigg. Questori uniformassero le loro procedure organizzative a quelle dell’ufficio ministeriale del Cerimoniale del Sig. Capo della Polizia, ponendo finalmente fine alla distorta interpretazione della prerogativa della rappresentatività delle Organizzazioni Sindacali di settore, secondo cui alcuni di loro continuano a considerare i rappresentanti locali delle sigle minoritarie come “figli di un Dio minore” da escludere regolarmente da qualsiasi iniziativa ed attività istituzionale. Auspichiamo un deciso intervento Superiore che ribadisca a tutti i livelli che il requisito della rappresentatività è peculiarità necessaria solo per un’area di intervento e di azione ben precisa e circoscritta, limitata ad alcuni specifici contesti tecnico-gestionale, e che in nessun’altra caso serve a misurare e a distinguere tra chi può e/o deve essere ritenuto degno e meritevole di essere coinvolto e chi no. Di fronte a questo quadro, il silenzio o l’omologazione non sono opzioni accettabili. La rappresentanza sindacale fittizia e i vertici istituzionali deputati hanno il dovere di ascoltare, non di edulcorare; di tutelare, non di marginalizzare; di rendere conto, non di narrare.
CHIEDIAMO PERTANTO:
- L’immediato riconoscimento e il pagamento entro 30 giorni di tutte le indennità di specialità e
straordinario maturate e non ancora liquidate; - L’avvio di un tavolo tecnico-operativo per la revisione dei carichi di lavoro, l’aggiornamento delle dotazioni e la garanzia di copertura normativa in caso di azioni ad alto rischio;
- Un adeguamento retributivo strutturale, slegato da logiche di bilancio a corto respiro e calibrato sul costo della vita reale e sulla specificità del servizio di polizia;
- La cessazione di ogni forma di comunicazione che minimizzi o distorca le condizioni operative, nel rispetto del diritto alla trasparenza e alla libera espressione del personale;
- Il riconoscimento della diversità di vedute come valore democratico e non come elemento di disallineamento, garantendo spazi di confronto reale e non cerimoniale.
- Le ricostruzioni delle carriere dei promossi per merito straordinario cui si è già espressa la Consulta con sentenza 27.10.2020 al pari dei Sovrintendenti Tecnici la causa è passata “positivamente ” alla Corte Costituzionale e seguita dal nostro Avvocato
- Il riconoscimento delle libertà sindacali falciate da una norma illegittima, impugnata, che tenta di lasciarci come “gli aventiniani” fuori dai tavoli.
La Polizia di Stato non è un organismo da comunicare, ma da sostenere. La sicurezza dei cittadini passa dalla serenità, dalla preparazione e dalla tutela di chi la garantisce ogni giorno. Continuare a ignorare i nodi strutturali significa compromettere non solo il morale del Corpo, ma la credibilità stessa del sistema di sicurezza pubblica.
Restiamo a disposizione per un confronto urgente, trasparente e vincolante.
Nel frattempo, ribadiamo che il “PERÒ” non è dissenso: è coscienza professionale.
La Segreteria Nazionale ADP





