La diplomazia torna a muoversi intorno alla guerra in Ucraina, ma il rischio di una nuova marginalizzazione europea resta concreto. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa per sollecitare una posizione comune dell’Unione sulla prospettiva di un negoziato. Un’iniziativa che punta a ricomporre le divisioni europee proprio mentre Washington prepara un nuovo formato diplomatico con Mosca e Kiev.
Il vertice ad Abu Dhabi
Il prossimo appuntamento è fissato per martedì 10 novembre ad Abu Dhabi, dove, secondo quanto confermato da Vladimir Putin, dovrebbero iniziare colloqui trilaterali tra rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti. Un passaggio significativo, che conferma il ruolo assunto dall’amministrazione Trump nella gestione della crisi e apre interrogativi sulla capacità europea di incidere sulle condizioni di un eventuale accordo.
La prudenza di Kiev
La posizione di Kiev resta prudente. Volodymyr Zelensky si è detto disponibile a incontrare Putin, escludendo però Mosca come sede del confronto. In un’intervista alla Cnn ha inoltre respinto qualsiasi ipotesi di una nuova Yalta: «Non vogliamo essere divisi dalla Russia». Il riferimento è alla possibilità che Washington e Mosca definiscano un’intesa sugli equilibri di sicurezza europei senza un effettivo coinvolgimento ucraino ed europeo.
Zelensky ha indicato una sequenza precisa: prima la fine della guerra, poi le garanzie di sicurezza per l’Ucraina e soltanto successivamente quelle per la Russia. Kiev teme infatti che un accordo costruito prevalentemente sulle esigenze di Mosca possa trasformarsi in una sospensione temporanea delle ostilità, lasciando al Cremlino il tempo necessario per riorganizzare le proprie capacità militari.
L’escalation sul campo
A rendere più complesso il quadro è il deterioramento della situazione sul terreno. Il bilancio del raid russo del 2 novembre a Komyshuvakha, nella regione di Zaporizhzhia, è salito a 53 morti. L’attacco ha colpito un edificio nel quale era in corso la distribuzione di aiuti umanitari. Circa cinquanta persone risultano ancora disperse. Mosca ha inoltre intensificato gli attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine, mentre Zelensky ha avvertito che l’intelligence segnala la preparazione di una nuova offensiva contro centrali, ponti sul Dnipro e infrastrutture civili. Kiev sollecita ulteriori intercettori per i sistemi Patriot.
L’Ucraina, dal canto suo, non intende limitare la propria risposta alla difesa territoriale. Il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha confermato che proseguiranno gli attacchi in profondità contro obiettivi russi, sostenendo che portare la guerra sul territorio della Federazione possa accelerarne la conclusione. Nella notte, droni ucraini hanno colpito la raffineria Afipsky, nel territorio di Krasnodar, provocando incendi ed esplosioni.
Il ruolo dell’Europa
Sul versante europeo, Kaja Kallas ha ribadito che nessun accordo potrà essere attuato senza la partecipazione dell’Unione. Il coinvolgimento europeo è indispensabile per le garanzie di sicurezza, il regime sanzionatorio, la ricostruzione e il percorso di adesione di Kiev. Anche la Polonia ha insistito sulla necessità di coinvolgere l’Europa, chiedendo contemporaneamente un ulteriore rafforzamento delle sanzioni contro Mosca.
La questione non è soltanto diplomatica. L’eventuale intesa tra Trump e Putin sulle forniture di diesel russo ha già provocato forti reazioni a Kiev. Zelensky considera ogni allentamento delle sanzioni, in assenza di una de-escalation verificabile e duratura, un segnale di debolezza nei confronti del Cremlino. Una contraddizione che evidenzia quanto gli interessi energetici e strategici possano interferire con il processo negoziale.
Le reazioni in Italia
In Italia, Giuseppe Conte ha rilanciato la necessità di una conferenza di pace e di un approccio multipolare, criticando la strategia del governo Meloni e la sua precedente scommessa su una soluzione militare. Il leader del M5S ha richiamato l’esperienza di Helsinki negli anni Settanta, proponendo di affiancare al sostegno all’Ucraina un percorso negoziale fondato anche sul disarmo.
Il nodo centrale resta tuttavia quello degli equilibri di potenza. Washington vuole imprimere una svolta diplomatica, Mosca punta a consolidare i vantaggi acquisiti e Kiev non intende accettare un’intesa che comprometta la propria sovranità. L’Europa, intanto, cerca di recuperare un ruolo che negli ultimi passaggi della crisi è apparso sempre più marginale.
La lettera di Meloni a Costa si inserisce in questo scenario ed è dunque condivisibile nella sua impostazione: un’Europa capace di esprimersi con una voce unica costituisce il presupposto indispensabile per partecipare al tavolo negoziale e incidere sulle condizioni di un eventuale accordo. Senza una posizione comune, i singoli Stati rischiano di restare interlocutori separati e l’Unione di vedere il proprio ruolo relegato a quello di soggetto chiamato a sostenere i costi della ricostruzione e a gestire le conseguenze di decisioni assunte altrove. Il futuro della sicurezza europea non può essere definito senza l’Europa.





