C’è un paradosso che attraversa le democrazie occidentali. Le sinistre raccolgono spesso un consenso ampio, a volte maggioritario, ma faticano a trasformarlo in governi stabili e duraturi. Le destre, al contrario, sembrano possedere un istinto di sopravvivenza che le porta a ricompattarsi ogni volta che il successo politico è a portata di mano. È una sensazione diffusa tra gli elettori di entrambi gli schieramenti: a sinistra si discute, a destra si decide.
La fragilità delle coalizioni
A ragione di ciò anche gli esempi di queste settimane sono eloquenti. In Italia il campo largo continua ad essere un cantiere aperto. Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra lavorerebbero a un programma comune, ma la domanda su chi debba guidare la coalizione resta aperta lontana da venire. Primarie a febbraio? In Francia la sinistra si avvicina alle presidenziali del 2027 con più candidati che con idee condivise e i socialisti hanno escluso qualsiasi accordo nazionale con il movimento di sinistra radicale di Mélenchon. Negli Stati Uniti i democratici hanno appena stravinto le elezioni di metà mandato, ma il giorno dopo è cominciata già la gara a chi raccoglierà l’eredità del successo. Kamala Harris deve già combattere con diversi nuovi arrembanti pretendenti.
Le ragioni della divisione
Proviamo a vedere le ragioni di questa fragilità. La prima riguarda la natura stessa delle coalizioni progressiste. Due politologi americani, Matt Grossmann e David Hopkins, hanno mostrato che il Partito democratico è una somma di gruppi sociali con richieste concrete ma spesso divergenti: sindacati, minoranze, ambientalisti, ceto medio urbano e tanto altro. Il Partito repubblicano è invece un movimento tenuto insieme da pochi principi generali: Presidente, sicurezza, identità nazionale. Mettere d’accordo dieci interessi diversi è più difficile che unire elettori attorno a tre idee peraltro condivisibili. Lo schema vale anche in Europa.
La seconda ragione è culturale. La sinistra nasce per cambiare la società, e sul modo di cambiarla le opinioni sono infinite: riformisti e radicali, crescita e ambiente, atlantismo e pacifismo. La destra conservatrice parte da ciò che va preservato, e su ciò che esiste è più facile trovarsi d’accordo su ciò che va cambiato. La terza ragione riguarda il rapporto con il potere. A sinistra allearsi con chi la pensa diversamente è spesso vissuto come un cedimento o il fallimento della propria idea. La destra tende a essere più pragmatica: si unisce per vincere. L’alleanza costruita da Silvio Berlusconi/Forza Italia nel 1994, con la Lega al Nord e Alleanza Nazionale al Sud, resta un capolavoro di unità costruita sulla necessità di vincere più che sull’affinità della coalizione.
Leadership e prospettive
C’è infine il tema del leader. Le destre contemporanee si organizzano volentieri attorno a una figura forte, da Berlusconi a Meloni, da Trump a Marine Le Pen. Le sinistre diffidano per tradizione del capo carismatico e preferiscono una guida collegiale, che però genera correnti, distinguo, logoramento, divisioni.
La lezione, allora, vale per entrambi gli schieramenti. Alla sinistra va ricordato che il numero dei voti non basta se manca una visione comune e una guida riconosciuta: la somma delle differenze non fa una maggioranza, la fa un progetto. Alla destra va ricordato che la compattezza costruita attorno a una persona è solida finché quella persona c’è. La longevità politica quindi è delle democrazie sane dove si è uniti non contro qualcosa o qualcuno ma su visioni comuni dei bisogni reali della gente.





