La tregua tra Stati Uniti e Iran resta appesa a un equilibrio sempre più fragile. Donald Trump continua a oscillare tra la prospettiva di un accordo e la minaccia di una nuova offensiva militare, mentre all’interno dell’amministrazione americana si accentuano le divisioni sulla gestione del conflitto. Nella notte, intanto, le forze statunitensi hanno colpito nuovamente l’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Un’operazione limitata, secondo la versione della Casa Bianca, ma sufficiente a confermare che la pressione militare su Teheran non è mai venuta meno.
La strategia di Trump: accordo o distruzione
Trump ha ammesso di aver ordinato un attacco contro un sistema di difesa antiaerea iraniano, definendolo un’operazione di pochi minuti. «Avevano costruito un piccolo dispositivo antiaereo e lo abbiamo distrutto in circa 15 minuti, forse cinque», ha dichiarato. Il presidente ha contemporaneamente sostenuto che nei negoziati sono stati compiuti «molti progressi», senza tuttavia escludere una ripresa delle operazioni su larga scala. La sua posizione rimane sintetizzata in una formula che lascia poco spazio alle ambiguità: accordo oppure distruzione.
Le divisioni a Washington e il nodo del Congresso
Il problema, per Washington, non riguarda soltanto la capacità militare iraniana, ma anche la sostenibilità politica e strategica della guerra. Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione Trump è attraversata da orientamenti divergenti. Il vicepresidente JD Vance e l’inviato Steve Witkoff spingono per una conclusione del conflitto, consapevoli dei costi economici e politici di una nuova escalation. Di segno opposto sarebbero le posizioni del segretario alla Difesa Pete Hegseth e dell’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, favorevoli a una ripresa delle operazioni militari. Il segretario di Stato Marco Rubio e quello al Tesoro Scott Bessent sostengono invece il proseguimento del blocco e un inasprimento delle sanzioni. Benjamin Netanyahu, dal canto suo, vorrebbe tornare a colpire.
La frattura riflette una divergenza più profonda: stabilire se la pressione esercitata sull’Iran abbia già prodotto risultati sufficienti per negoziare oppure se sia necessario sfruttare ulteriormente la superiorità militare americana prima di arrivare a un’intesa.
A rendere più complicato il quadro è il risultato delle elezioni di midterm. I democratici hanno conquistato la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, aprendo una nuova fase nei rapporti tra Casa Bianca e Congresso. Secondo Nbc News, alcuni consiglieri avrebbero avvertito Trump che un’eventuale ripresa delle operazioni su larga scala dovrebbe avvenire prima dell’insediamento del nuovo Congresso, previsto a gennaio. Successivamente, i democratici potrebbero ostacolare l’iniziativa presidenziale attraverso indagini parlamentari, interventi sui finanziamenti e iniziative legislative dirette a limitare la libertà d’azione dell’esecutivo.
La risposta di Teheran: nucleare e Hormuz
La finestra temporale per una nuova offensiva sarebbe inoltre condizionata dalla presenza militare americana nella regione. Washington mantiene oltre 50mila soldati in Medio Oriente, due gruppi navali con portaerei e un terzo in arrivo, oltre a più di 200 velivoli. Un dispiegamento imponente, ma difficilmente sostenibile a tempo indeterminato senza conseguenze sulla prontezza operativa delle forze armate.
Teheran, intanto, non mostra segnali di cedimento. L’esercito iraniano sostiene di essere oggi più forte rispetto all’inizio della guerra e avverte che qualsiasi attacco riceverà una risposta immediata, efficace e «senza limiti geografici». Una dichiarazione che richiama direttamente la possibilità di estendere il confronto oltre il territorio iraniano, coinvolgendo le installazioni militari americane, gli alleati regionali e le infrastrutture energetiche del Golfo.
Ancora più significativa è la crescente pressione sul dossier nucleare. I Pasdaran hanno dichiarato che la Repubblica islamica potrebbe modificare la propria dottrina nucleare qualora i vertici politici decidessero in tal senso. Parallelamente, un deputato iraniano ha annunciato la presentazione di una mozione d’urgenza per il ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare e dal relativo Protocollo aggiuntivo.
Non si tratta ancora di una decisione ufficiale, ma il significato politico dell’iniziativa è evidente. La guerra potrebbe produrre un effetto opposto a quello dichiarato da Washington: anziché dissuadere definitivamente Teheran dall’acquisizione di capacità nucleari, potrebbe rafforzare all’interno del sistema iraniano la convinzione che soltanto una deterrenza autonoma possa garantire la sopravvivenza del regime. È una dinamica che rischia di rendere molto più difficile qualsiasi futura soluzione negoziale.
Sul terreno, la tensione si concentra ancora una volta sullo Stretto di Hormuz. I media iraniani riferiscono di una petroliera in fiamme a est dello Stretto, dopo aver urtato una mina. Secondo le autorità militari iraniane, l’imbarcazione avrebbe ignorato ripetuti avvertimenti e attraversato aree interdette, spegnendo i sistemi di navigazione. La ricostruzione non è stata verificata indipendentemente, ma l’episodio conferma quanto il traffico marittimo resti esposto alle conseguenze del confronto.
Conflitto regionale: Yemen e Gaza
Hormuz rappresenta infatti uno dei principali strumenti di pressione strategica a disposizione di Teheran. Anche senza una chiusura totale, l’incertezza sulla sicurezza della navigazione è sufficiente a incidere sui mercati energetici, sui costi assicurativi e sulle catene di approvvigionamento. La guerra, dunque, non si misura soltanto attraverso gli obiettivi militari colpiti, ma anche attraverso la capacità di condizionare i flussi economici internazionali.
La crisi si estende inoltre allo Yemen. Gli attacchi sauditi contro aree controllate dagli Houthi hanno provocato almeno 22 morti nella provincia di Sana’a, secondo il bilancio diffuso dal movimento filo-iraniano. Tra le vittime vi sarebbero anche donne e bambini. A Taiz, un precedente attacco contro un mercato del bestiame ha provocato oltre trenta vittime tra morti e feriti. Il fronte yemenita conferma così il rischio di una progressiva regionalizzazione del conflitto, nel quale gli attori locali continuano a intrecciare i propri obiettivi con la competizione tra le potenze.
Nel frattempo, Gaza resta esposta a una nuova emergenza umanitaria. Le piogge e i forti venti hanno allagato centinaia di tende degli sfollati e distrutto numerosi ripari di fortuna. La protezione civile, gestita da Hamas, riferisce di oltre 1.500 richieste di soccorso. Una situazione che si aggiunge alla devastazione prodotta dalla guerra e alla precarietà delle condizioni di vita della popolazione.





