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Dalla sanità alla difesa, Meloni ha ragione: la cybersicurezza è diventata una priorità nazionale

La difesa non è soltanto una questione militare, ma oggi è una necessità nazionale. Gli attacchi agli ospedali e agli aeroporti lo dimostra in modo chiaro
domenica, 8 Novembre 2026
4 minuti di lettura

Le opposizioni non dicano sempre no, ora è il momento di unire le forze. Davanti a una minaccia che non conosce confini politici, serve una risposta condivisa.

C’è una guerra che non fa rumore, non ha un fronte riconoscibile e non si combatte necessariamente con carri armati, missili o soldati. Eppure produce effetti concreti, destabilizza, genera paura e può mettere a rischio la vita delle persone. È la guerra ibrida, quella che passa attraverso le reti informatiche, i sistemi digitali, le infrastrutture strategiche e che l’Europa sta sperimentando sempre più direttamente sulla propria pelle.

Gli attacchi hacker, i sabotaggi informatici e i falsi allarmi bomba non sono più episodi isolati da confinare nelle cronache della sicurezza informatica. Sono strumenti di pressione e destabilizzazione che possono colpire ospedali, aeroporti, banche, scuole, istituzioni, sistemi di distribuzione alimentare e servizi essenziali.

Il vero bersaglio, alla fine, è il cittadino. Quello che non riesce a partire perché un sistema aeroportuale è bloccato, quello che si trova davanti a un servizio sanitario in difficoltà, quello che non può avere la certezza che un’infrastruttura essenziale funzioni regolarmente. Le intrusioni dei cybercriminali possono colpire in casa, su un auto facendola rimanere in panne.

Quando il bersaglio è la vita delle persone

C’è un episodio che più di altri aiuta a comprendere la gravità di questa nuova frontiera. In Francia un attacco informatico ha preso di mira i sistemi legati alla conservazione del plasma, mentre in altri casi sono stati segnalati tentativi di alterare la temperatura dei frigoriferi destinati a custodire il sangue necessario per le trasfusioni.

È difficile immaginare un esempio più eloquente della vulnerabilità delle nostre società. Il sangue conservato per un intervento chirurgico, un’emergenza o una terapia salvavita non è una merce qualsiasi. È una risorsa vitale, dalla cui disponibilità possono dipendere le possibilità di sopravvivenza di un paziente. Colpire i sistemi che ne garantiscono la corretta conservazione significa avvicinarsi pericolosamente a un confine oltre il quale il cybercrimine smette di essere un problema tecnologico e diventa una minaccia diretta alla salute e alla vita umana.

La difesa non è soltanto una questione di armi

Su questo scenario è intervenuta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolineando che gli attacchi hacker e i recenti falsi allarmi bomba “chiaramente devono preoccupare”. La premier ha richiamato l’attenzione su un dato fondamentale: oggi a essere sotto attacco sono soprattutto le infrastrutture civili.

Da qui il ragionamento sulle risorse destinate alla difesa e alla sicurezza. Meloni ha ribadito che, in un contesto internazionale profondamente cambiato, parlare di investimenti nella difesa non significa parlare esclusivamente di armi, ma anche di protezione della vita quotidiana dei cittadini.

Il suo esempio è particolarmente significativo: quando gli hacker tentano di modificare la temperatura dei frigoriferi che custodiscono il sangue per le trasfusioni e un sistema di sicurezza impedisce che questo accada, quel sistema è una spesa di difesa oppure una spesa sanitaria? La domanda della premier mette in evidenza quanto siano ormai intrecciati i concetti di sicurezza nazionale, tutela della salute e protezione delle infrastrutture civili.

È un ragionamento che merita di essere affrontato senza pregiudizi ideologici. La sicurezza informatica degli ospedali, la protezione delle banche del sangue, la continuità dei servizi energetici e dei trasporti richiedono investimenti, tecnologie, personale specializzato e sistemi di prevenzione.

Una minaccia che richiede responsabilità condivise

Resta da chiarire se dietro i singoli episodi esista una regia esterna coordinata oppure se si tratti di azioni riconducibili a soggetti criminali differenti. Non è una distinzione secondaria e saranno le indagini e le attività di intelligence a dover fare luce sulle responsabilità. Ma c’è un elemento che non cambia: le infrastrutture civili sono diventate obiettivi vulnerabili e la loro protezione non può essere affidata soltanto alla gestione delle emergenze.

Occorre prevenire, rafforzare le difese, individuare le vulnerabilità, costruire sistemi capaci di reagire rapidamente e garantire la continuità dei servizi anche in caso di attacco.

In questo quadro, anche il comportamento della politica assume un’importanza decisiva. Il governo ha il dovere di informare, senza creare allarmismi, e di mettere in campo ogni strumento utile per contrastare le aggressioni, individuare i responsabili e proteggere le infrastrutture strategiche. Ma la responsabilità non può fermarsi all’esecutivo.

L’opposizione, davanti a una minaccia di questa portata, dovrebbe evitare che ogni scelta in materia di difesa e sicurezza diventi automaticamente terreno di contrapposizione. Il confronto non può trasformarsi in un riflesso condizionato del no.

La sicurezza nazionale non appartiene a una maggioranza parlamentare e non dovrebbe diventare una bandiera di partito.

L’esempio britannico e la cultura della prevenzione

Anche l’esperienza britannica offre spunti di riflessione. Nel Regno Unito le autorità hanno promosso indicazioni rivolte alla popolazione per prepararsi a eventuali emergenze, comprese quelle derivanti da attacchi informatici e interruzioni dei servizi essenziali, invitando le famiglie a organizzare una minima riserva di beni e un kit di emergenza.

La sicurezza non è soltanto compito delle istituzioni, deve diventare anche una cultura collettiva.

Il centrosinistra potrebbe partire anche da queste esperienze per contribuire a una discussione concreta, senza limitarsi a contestare le iniziative del governo. Non si tratta di rinunciare al controllo parlamentare o al confronto sulle scelte di spesa, ma di riconoscere che davanti a nuove minacce servono risposte nuove e, soprattutto, condivise.

La sicurezza è un bene comune

La guerra ibrida ha una caratteristica che la rende particolarmente insidiosa: non avverte quando arriva, non rispetta i confini e non distingue tra cittadini, istituzioni o appartenenze politiche.

Per questo sarebbe un errore considerare gli investimenti nella difesa come una questione lontana dai bisogni concreti delle persone. Garantire il funzionamento degli aeroporti, delle banche e delle reti essenziali significa tutelare la libertà e la normalità dei cittadini.

La guerra invisibile è già dentro le nostre società. Fingere che sia soltanto un problema tecnico o relegarla alla contrapposizione tra maggioranza e opposizione sarebbe un errore. Perché quando a essere minacciata è la vita quotidiana degli italiani, la sicurezza non può essere una questione di schieramento. Deve diventare una responsabilità nazionale.

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