Aumenta l’occupazione dei giovani che hanno concluso gli studi e diminuisce il numero di quanti restano fuori dal mercato del lavoro e dai percorsi formativi. Nel 2025 il tasso di occupazione dei neodiplomati raggiunge il 62,9%, con un incremento di 2,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente, mentre quello dei neolaureati sale al 78,7%, in crescita di 1,4 punti. La quota dei Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, scende invece al 13,3%, quasi due punti in meno rispetto al 2024. È questo, in estrema sintesi, il quadro che emerge dal rapporto Istat ‘Livelli di istruzione e ritorni occupazionali -Anno 2025’, pubblicato ieri e che fotografa quindi un miglioramento dell’inserimento lavorativo dei giovani, pur in presenza di distanze ancora significative rispetto alla media europea. I progressi riguardano i giovani tra i 20 e i 34 anni che hanno conseguito un diploma o una laurea da almeno un anno e non più di tre e che non risultano più inseriti in percorsi di istruzione o formazione, una fascia nella quale il miglioramento delle prospettive professionali appare ancora più evidente nel confronto con il 2018, quando i rispettivi tassi di occupazione erano inferiori di 12,6 e 15,8 punti percentuali.
Anche il confronto europeo mostra segnali di recupero, poiché nell’ultimo anno l’incremento registrato dall’Italia ha superato quello medio dell’Ue27, pari a un punto per i neodiplomati e a 0,3 punti per i neolaureati, sebbene i livelli occupazionali comunitari restino superiori, rispettivamente al 77,2% e all’87%.
Meno giovani fuori da scuola e lavoro
Il titolo di studio continua dunque a incidere sulle possibilità di accesso al lavoro, come dimostrano anche i dati relativi alla popolazione tra i 25 e i 64 anni, nella quale l’85,3% dei laureati risulta occupato, contro il 74,6% dei diplomati e il 56,1% di chi possiede al massimo la licenza media. Una differenza che trova riscontro nei tassi di disoccupazione, pari al 3% tra i laureati, al 5% tra i diplomati e all’8,7% tra le persone con livelli di istruzione inferiori. Il calo dei Neet rappresenta uno degli elementi centrali della rilevazione, soprattutto per la riduzione del divario con l’Unione europea, passato dai dieci punti percentuali del 2021 agli attuali 2,3 punti, a fronte di una media comunitaria dell’11%.
La contrazione più accentuata interessa il Mezzogiorno, dove la quota di giovani esclusi sia dall’occupazione sia dalla formazione registra una diminuzione di 3,1 punti rispetto al 2024, anche se il fenomeno continua a coinvolgere soprattutto le donne, in particolare le madri, i cittadini stranieri e i residenti nelle regioni meridionali.
Restano le distanze tra Nord e Sud
All’interno di questa fascia, il 54,1% possiede un diploma, il 34,1% ha conseguito al massimo un titolo secondario inferiore e l’11,8% dispone di una formazione terziaria, mentre oltre un terzo risulta disoccupato e un ulteriore 33,3% appartiene alle forze di lavoro potenziali, un dato che evidenzia la presenza di una componente interessata all’occupazione ma ancora priva di un impiego. La crescita dell’occupazione non cancella le differenze territoriali, che continuano a condizionare il passaggio dall’istruzione al lavoro, soprattutto nelle regioni meridionali, dove il tasso di occupazione dei neodiplomati si ferma al 47% e quello dei neolaureati al 62,4%, con distanze dal Nord rispettivamente di 27,6 e 26,6 punti percentuali.
Il divario emerge anche tra i laureati di età compresa fra i 30 e i 34 anni: nel Settentrione il 91,7% ha un’occupazione, contro l’86,1% del Centro e il 73,7% del Mezzogiorno, a conferma di una distribuzione delle opportunità professionali ancora disomogenea.
Meno abbandoni scolastici
Persistono inoltre differenze tra uomini e donne, nonostante la popolazione femminile presenti livelli di istruzione superiori: nella fascia tra i 25 e i 64 anni il 25,9% delle donne possiede un titolo terziario, rispetto al 18,6% degli uomini, ma il tasso di occupazione femminile si attesta al 60,8%, contro l’80,9% maschile. La distanza si riduce tra i laureati, per i quali il differenziale occupazionale raggiunge i 6,5 punti. Un altro segnale positivo riguarda l’abbandono precoce degli studi, che nel 2025 interessa l’8,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, rispetto al 9,8% dell’anno precedente, un risultato inferiore alla media europea del 9,1% e già in linea con l’obiettivo fissato dall’Unione per il 2030.
Il miglioramento contrasta tuttavia con il ritardo nella diffusione dei titoli universitari, poiché soltanto il 31,1% degli italiani tra i 25 e i 34 anni possiede una formazione terziaria, contro il 44,8% della media Ue27, una distanza che colloca il Paese al penultimo posto nella graduatoria europea, davanti alla Romania. Anche la scelta dell’indirizzo universitario influisce sulle prospettive lavorative: tra i laureati di 30-34 anni, l’area medico-sanitaria e farmaceutica presenta il tasso di occupazione più alto, pari al 90,1%, seguita dalle discipline scientifiche e tecnologiche con l’88,2%, mentre il settore socio-economico e giuridico si attesta all’85,5% e quello umanistico e dei servizi al 78,9%.
“È la prova che stiamo percorrendo la strada giusta”
“I dati Istat confermano che dove cresce la formazione cresce anche il lavoro. Nel 2025 il tasso di occupazione dei neodiplomati sale al 62,9% e quello dei neolaureati raggiunge il 78,7%, mentre i Neet” scendono al 13,3%, quasi due punti percentuali in meno rispetto al 2024. È un segnale incoraggiante che conferma una dinamica positiva: in Italia l’occupazione dei giovani diplomati e laureati cresce più velocemente della media europea e continua a ridursi il divario con gli altri Paesi dell’Unione. “È la prova che stiamo percorrendo la strada giusta: investire sulle competenze e rafforzare il legame tra istruzione e sistema produttivo ci consente di aumentare le opportunità di lavoro e sostenere una crescita più solida e inclusiva”: questo il commento del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Calderone in merito al report dell’Istat.





