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BENJAMIN NETANYAHU PRIMO MINISTRO ISRAELE, BEZALEL YOEL SMOTRICH MINISTRO DELLE FINANZE DI ISRAELE

Israele, exit poll: Netanyahu tiene, ma l’opposizione resta in vantaggio

Il paese senza maggioranza, il Premier indebolito ma non sconfitto: ora tocca a Herzog dare l’incarico ma rimane l’incognita del governo
mercoledì, 28 Ottobre 2026
2 minuti di lettura

Alla chiusura dei seggi, i primi exit poll danno il Likud di Netanyahu come primo partito con 24 seggi, mentre Yashar, il partito di Gadi Eisenkot, lo segue con 22. La coalizione anti-Netanyahu risulterebbe avanti con 52/53 seggi contro 50, ma nessuno avrebbe raggiunto i 61 seggi necessari per la maggioranza assoluta.

Completano il quadro B’Yachad con 12 seggi, la Lista congiunta dei partiti arabi con 11, i Democratici a 9 e Israel Beiteinu a 9.

Con le urne aperte dalle 7 di mattina e chiuse alle 22 ora locale, oltre 7,3 milioni di israeliani hanno votato oggi per rinnovare la Knesset. L’affluenza alle 20 ha raggiunto il 74,3%; un dato che non si vedeva dal 1973, anno della guerra dello Yom Kippur, e che testimonia quanto il Paese sia consapevole di trovarsi a un bivio storico.

Perché nessuno ha la maggioranza

Il sistema proporzionale israeliano, con una soglia di sbarramento al 3,25%, trasforma ogni voto disperso in un fattore potenzialmente decisivo. Ma la ragione più profonda dello stallo è politica: i due blocchi sono stati costruiti attorno a identità incompatibili.

Il campo di Netanyahu riunisce il Likud, la destra nazionalista e religiosa, gli alleati ultraortodossi di Shas e UTJ, e, con sempre più difficoltà, l’estrema destra di Itamar Ben-Gvir. Ben-Gvir ha posto come condizione per sostenere Netanyahu la propria nomina a ministro della Difesa, ipotesi respinta dallo stesso premier. Questo tipo di tensioni interne riduce la coesione del blocco proprio quando conterebbe di più.

Sul fronte opposto, Eisenkot ha costruito un’alleanza eterogenea: centristi, laici, ex generali, e l’alleanza B’Yachad di NaftaliBennett e Yair Lapid. A unirli è principalmente l’obiettivo di rimuovere Netanyahu, non un programma condiviso. E qui sta il secondo nodo: i partiti arabi, che potrebbero conquistare una quota determinante di seggi, difficilmente potrebbero essere sommati automaticamente all’opposizione: occorre che le forze interessate accettino di collaborare o di sostenere lo stesso governo.

La matematica è spietata: i sondaggi della vigilia assegnavano circa 50 seggi al blocco di Netanyahu e 52-56 a quello di Eisenkot: in entrambi i casi sotto quota 61.

L’ipotesi di larghe intese

Il presidente Isaac Herzog starebbe lavorando a un’intesa tra il Likud di Netanyahu e il partito Yashar di Eisenkot per formare un governo di unità nazionale, preoccupato del possibile stallo che si creerebbe dopo le urne. L’ipotesi, che circola da settimane, avrebbe il pregio della stabilità e il difetto di contraddire il senso stesso del voto: milioni di israeliani hanno scelto uno dei due leader contro l’altro.

Un referendum su Netanyahu senza verdetto netto

I sondaggi assegnavano a Eisenkot il 46,6% delle preferenze come premier, contro il 41,6% di Netanyahu. È uno scarto significativo nella fiducia personale, ma non si traduce automaticamente in una maggioranza di governo.

Il voto era stato presentato come un referendum sulla leadership di Netanyahu dopo il fallimento della sicurezza del 7 ottobre 2023. Il giudizio degli elettori sembra chiaro: il premier più longevo della storia israeliana esce indebolito. Ma «indebolito» non vuol dire «sconfitto», e soprattutto non dice chi governerà.

Cosa succede adesso

Se nessuna coalizione raggiungerà quota 61, il presidente Herzog avrà l’incarico di indicare chi ha le migliori chances di formare un governo. Netanyahu, anche in caso di sconfitta numerica del suo blocco, potrebbe restare premier ad interim con poteri rilevanti, compresi quelli in materia di sicurezza, durante negoziati che potrebbero durare settimane.

Le opzioni sul tavolo sono tre: una coalizione di destra allargata in qualche modo verso il centro; un governo guidato dall’opposizione con astensione o appoggio esterno dei partiti arabi; o, scenario estremo, nuove elezioni. Israele le ha già affrontate cinque volte in quattro anni, sa cosa significa.

La vera incognita, questa notte, non è chi ha vinto le elezioni. È chi riuscirà a costruire un governo

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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