La democrazia va prima di tutto difesa, ma subito dopo migliorata. Nel precedente articolo abbiamo affrontato il rischio che potenze autocratiche, a partire dalla Russia, sfruttino le nostre divisioni per indebolirci. Ora dobbiamo guardare alle radici di quelle divisioni. La difesa preserva la libertà che ci permette di agire; il miglioramento è il compito politico che dà sostanza a quella libertà. Ricostruire fiducia nelle istituzioni è anche una risposta fondamentale a chi vuole delegittimarle.
Le teorie sociologiche
Per comprendere il disagio giovanile e la perdita di coesione ci aiutano due grandi sociologi: Émile Durkheim e Robert K. Merton. Le loro teorie offrono strumenti per leggere il problema, senza pretendere di spiegare ogni comportamento individuale.
Durkheim parlava di anomia per descrivere l’indebolimento della capacità delle norme sociali di regolare comportamenti e aspirazioni. Non la semplice assenza di leggi, ma la crisi dei riferimenti condivisi. Sul piano individuale può tradursi in smarrimento: quale posto occupo? Che cosa posso attendermi dal futuro? Quali doveri ho verso gli altri? I cambiamenti economici rapidi possono accentuare questo disorientamento anche quando producono ricchezza. Il benessere materiale, da solo, non genera appartenenza.
Merton individuava una contraddizione specifica: lo squilibrio tra i traguardi esaltati dalla società e i mezzi legittimi disponibili per raggiungerli. Se successo, ricchezza e prestigio diventano misure del valore personale, mentre le opportunità rimangono diseguali, si genera una pressione che può alimentare frustrazione e favorire comportamenti devianti. Quando poi il risultato conta più della correttezza del percorso, si indeboliscono i freni alla ricerca di scorciatoie.
La sfida della mobilità sociale
Un indicatore della difficoltà di mantenere le promesse di miglioramento viene dagli Stati Uniti. Chetty e colleghi hanno stimato che la quota di figli con un reddito familiare reale superiore a quello dei genitori, confrontati alla stessa età, passa da circa il 90% tra i nati nel 1940 al 50% tra quelli nati negli anni Ottanta. La ricerca misura la mobilità economica assoluta, non l’anomia, e non descrive automaticamente l’Europa. Mostra però quanto possa indebolirsi la prospettiva di vivere meglio della generazione precedente.
Il disagio non si esaurisce nel reddito. Lavoro incerto, costo della casa e dipendenza familiare possono intrecciarsi con solitudine, fragilità dei legami e mancanza di riconoscimento. Il confronto con modelli di successo difficilmente raggiungibili può far apparire fallimentare una vita dignitosa. Sono condizioni da distinguere: non tutti i giovani affrontano gli stessi ostacoli e non tutti reagiscono allo stesso modo.
Comprendere non significa giustificare chi commette reati. Una pressione sociale descrive un contesto; le responsabilità individuali richiedono accertamenti. La democrazia deve ridurre gli ostacoli che alimentano il disagio e perseguire le violenze, garantendo sicurezza e diritti.
Politiche e opportunità
La prima risposta riguarda le opportunità. Giorgia Meloni ha richiamato questo principio anche intervenendo sul programma «Gli studenti italiani in Europa»: lo Stato deve costruire condizioni che consentano a ciascuno di esprimere capacità e impegno. Garantire opportunità non significa assicurare risultati identici. Significa impedire che la condizione familiare predetermini il futuro. È un principio da verificare nell’attuazione delle politiche.
Occorre partire dalla scuola e, prima ancora, dai servizi educativi per l’infanzia. Orientamento, sostegno agli studenti in difficoltà, borse di studio adeguate, mense, trasporti e alloggi rendono effettivo il diritto allo studio. La formazione tecnica e professionale deve avere qualità, dignità e prospettive riconoscibili. Valorizzare il merito richiede di rendere accessibili gli strumenti per esprimerlo.
Già su queste pagine, il 14 novembre 2023, nell’articolo «Investire nell’istruzione per le coscienze e le competenze del futuro», osservavo come persino giovani capaci e preparati, animati da buona volontà, rischiassero di non trovare il proprio posto in una società sempre più esigente. Indicavo perciò nell’investimento in istruzione la strada per formare le coscienze e le competenze del futuro, offrendo strumenti adeguati e opportunità concrete per valorizzare capacità e impegno. Alle istituzioni spetta rendere accessibili queste opportunità e riconoscere il merito; a ciascuno, assumersi la responsabilità del proprio percorso, con la fatica e la tenacia necessarie.
Serve poi rendere praticabile l’autonomia: lavoro regolare, percorsi di crescita professionale, possibilità di aggiornare le competenze e abitazioni sostenibili. Le imprese devono poter investire e assumere; i giovani devono poter progettare oltre il prossimo contratto. Le risorse sono limitate: bisogna concentrare gli interventi sugli ostacoli più gravi, individuare le responsabilità e verificarne i risultati.
Le opportunità materiali devono accompagnarsi a legami e responsabilità. Famiglie, scuola, sport e associazionismo offrono luoghi nei quali imparare a cooperare, affrontare i conflitti e rispettare i limiti. Anche la partecipazione deve avere un seguito visibile: chi presenta una proposta deve conoscere la risposta e le sue ragioni. Sentirsi parte della società significa poter contribuire, oltre che ricevere servizi.
Tutto questo richiede uno Stato efficiente. Diritti riconosciuti ma irraggiungibili alimentano sfiducia. Procedure comprensibili, tempi certi, decisioni motivate e strumenti di ricorso rendono credibile l’autorità pubblica. La stessa coerenza deve valere per le violazioni: accertamenti efficaci e conseguenze effettive, proporzionate e rispettose delle garanzie. Annunciare pene più severe non sostituisce la capacità di individuare i responsabili e far rispettare le decisioni. Prevenzione, educazione e sanzione concorrono alla responsabilità collettiva.
L’Europa può sostenere questo percorso con investimenti e cooperazione; Stati ed enti locali devono tradurlo in risultati quotidiani. Nessuna politica eliminerà ogni disuguaglianza o delusione. La democrazia deve però rendere credibili tre impegni: l’origine non deve predeterminare il futuro, l’impegno deve offrire possibilità reali, le regole devono valere per tutti. Difenderla è il nostro dovere primario. Dimostrare che sa funzionare e offrire prospettive è una condizione essenziale per mantenerla forte.





