Nel gergo della rete esiste una parola presa in prestito dai videogiochi e dalla letteratura fantastica che ha recentemente invaso il nostro vocabolario quotidiano. La parola è “lore” e indica l’insieme dei retroscena, delle storie sommerse e dei miti fondativi che compongono un universo narrativo. Oggi, in una bizzarra torsione linguistica, questa espressione viene applicata con disinvoltura alle persone comuni. Quando incontriamo qualcuno di nuovo e proviamo un interesse, ci chiediamo istintivamente quale sia la sua lore. Vogliamo scoprire chi frequentava nel 2018, come si vestiva ai tempi dell’università, quali opinioni esprimeva prima di diventare l’adulto che abbiamo di fronte. L’incontro fisico e il dialogo non ci bastano più. Il racconto orale, un tempo fondamento della conoscenza reciproca, viene immediatamente sottoposto a una verifica silenziosa e implacabile attraverso lo scorrimento febbrile del profilo digitale dell’altro. Iniziamo a scavare nei commenti sepolti, analizziamo i tag delle vecchie fotografie e incrociamo i dati per ricostruire una mappa delle sue vite precedenti. Eppure questo comportamento, ormai normalizzato e compiuto quasi per inerzia, nasconde un mutamento profondo nel nostro modo di accordare fiducia al prossimo.
L’archeologia del presente e la fine del racconto
Fino a un paio di decenni fa, conoscere una persona significava affidarsi esclusivamente a ciò che decideva di rivelarci. La costruzione di un legame si basava sulla narrazione. Ognuno era autore della propria storia e sceglieva con cura quali capitoli omettere e quali enfatizzare durante un appuntamento o un caffè. Si trattava di un atto di fiducia reciproca e di una concessione graduale del proprio mondo interiore. Oggi questo patto narrativo si è spezzato.
Il teorico dei nuovi media Lev Manovich, nel suo saggio fondamentale “Il linguaggio dei nuovi media”, ha illustrato in modo brillante come la narrazione lineare sia stata progressivamente sostituita dal database. Noi non percepiamo più l’altro come un racconto da ascoltare nel tempo, ma come un archivio dati da interrogare all’istante. L’indagine sui social network ci regala l’illusione di un’onniscienza rassicurante. Crediamo che l’impronta digitale, composta da scatti dimenticati e interazioni obsolete, sia paradossalmente più onesta e autentica delle parole pronunciate dal vivo. Preferiamo fidarci dell’impronta lasciata online piuttosto che della persona in carne e ossa che ci sta sorridendo.
La riduzione dell’incertezza nell’era dell’ansia
Questa pulsione investigativa non nasce da una curiosità innocente. Affonda le sue radici in un bisogno disperato di sicurezza. Lo studioso Charles Berger, formulando la teoria della riduzione dell’incertezza, ha spiegato come gli esseri umani vivano il primo incontro con uno sconosciuto come una fonte di profondo disagio cognitivo. Per tollerare questa tensione, mettiamo in atto strategie mirate a prevedere il comportamento futuro dell’altro.
Nell’ecosistema digitale questa teoria ha trovato la sua applicazione più estrema. Ricostruire la lore di una persona significa tentare di azzerare il rischio emotivo. I dati confermano la portata di questo fenomeno sistemico. Una vasta indagine condotta dal Pew Research Center sulle abitudini digitali e le relazioni ha rilevato come la ricerca compulsiva di informazioni online prima di un appuntamento o dell’inizio di una frequentazione sia diventata una prassi per la stragrande maggioranza degli adulti. Scandagliare il passato social di un potenziale partner o di un nuovo amico è diventato un vero e proprio rito di validazione preventiva. Speriamo di trovare segnali di allarme, incongruenze o rassicurazioni prima ancora di investire il nostro tempo. Vogliamo una garanzia di affidabilità prima di concedere il lusso della nostra vulnerabilità.
La tirannia della coerenza
Il prezzo di questo controllo assoluto è tuttavia altissimo e rischia di inquinare la genuinità dei legami. I social network possiedono una natura spietata, ovvero la totale assenza di oblio. Come suggeriva il sociologo Erving Goffman nei suoi studi sulla presentazione del sé, noi recitiamo ruoli diversi a seconda del palcoscenico su cui ci troviamo e della fase della vita che stiamo attraversando. La nostra identità è fluida, contraddittoria e in perenne evoluzione.
La griglia di Instagram o di Facebook, al contrario, appiattisce il tempo. Una fotografia scattata in un momento di fragilità di dieci anni fa viene visualizzata accanto allo scatto professionale di ieri, creando un eterno presente privo di contesto. Quando ricostruiamo la lore di qualcuno finiamo per giudicare il suo passato con gli occhi e la sensibilità dell’oggi. Questo atteggiamento ci trasforma in giudici implacabili e nega all’altro il diritto fondamentale di cambiare, di essersi evoluto o semplicemente di essere stato una persona diversa. Pretendiamo una coerenza estetica e morale retroattiva che è del tutto incompatibile con la natura caotica dell’esperienza umana.
Il diritto all’opacità e il fascino del mistero
In questa rincorsa all’accumulo di informazioni pregresse stiamo perdendo di vista la bellezza dell’imprevisto. L’ossessione per il retroscena digitale uccide lo spazio della scoperta graduale. Conoscere tutti i dettagli di una vita prima ancora di averla sfiorata trasforma l’incontro in una verifica di conformità, privandoci del mistero che da sempre alimenta il desiderio e la curiosità verso l’alterità.
Forse il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere oggi non è chiudere i nostri profili, ma resistere alla tentazione di scorrere gli anni indietro e restituire a chi incontriamo il diritto all’opacità. Lasciare che le persone tornino a raccontarsi attraverso la loro voce, i loro silenzi e le loro omissioni. Perché una vera connessione non si fonda mai sull’esito di un’indagine, ma sul coraggio di fare un salto nel vuoto, accettando di scoprire l’altro un frammento alla volta.
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