L’Italia guadagna terreno sul fronte del benessere, ma non riesce a lasciarsi alle spalle le disuguaglianze economiche e territoriali, con un Mezzogiorno ancora distante dal resto del Paese e un rischio di povertà superiore alla media europea. È un quadro di progressi e contraddizioni quello tracciato dall’Istat nel «Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) 2026» che fotografa una situazione complessivamente migliore rispetto al passato, senza però nascondere le difficoltà di una parte consistente della popolazione. Dei 132 indicatori confrontabili con l’anno precedente, 54 migliorano, 55 rimangono stabili e 23 peggiorano; nel lungo periodo il bilancio appare più favorevole, con 70 indicatori in crescita su 133 esaminati. Nel 2025 il reddito medio disponibile pro capite è aumentato del 2,4% in termini correnti rispetto al 2024, dopo il 3% dell’anno precedente, mentre al netto dell’inflazione il guadagno reale nel biennio si attesta al 2,2%. Un recupero che trova riscontro anche nella percezione delle famiglie: quelle che dichiarano un peggioramento della propria condizione economica scendono al 26,2%, dal 29,5% del 2024 e dal 33,9% del 2023, avvicinandosi ai livelli precedenti la pandemia.
Il miglioramento, comunque, non basta a ridimensionare in misura significativa la vulnerabilità economica. Il rischio di povertà interessa ancora il 18,6% degli individui, contro il 18,9% del 2024, mentre oltre 5,4 milioni di persone, pari al 9,3% dei residenti, si trovano in povertà assoluta, una condizione che coinvolge l’8% delle famiglie. Rispetto al 2014, quando l’incidenza individuale era del 6,9%, il dato risulta più alto di 2,4 punti percentuali, con difficoltà particolarmente accentuate per i nuclei numerosi e quelli con figli minori. A misurare la distanza tra il recupero dei redditi e le condizioni quotidiane è soprattutto il 7,5% della popolazione che vive in famiglie incapaci di arrivare a fine mese senza grandi difficoltà, una quota che nel Mezzogiorno raggiunge il 12,3%, contro il 4,7% del Centro. Sul bilancio domestico pesano anche i rincari delle abitazioni, degli affitti e di alcuni servizi essenziali, sebbene l’indicatore di sovraccarico dei costi della casa rimanga intorno al 5%.
Il confronto europeo
La distanza dall’Europa conferma le fragilità italiane: nel 2025 il 22,6% della popolazione risulta a rischio di povertà o esclusione sociale, rispetto al 20,9% della media Ue, un divario che colloca il Paese al ventunesimo posto tra i 27 Stati membri. Considerato separatamente, il rischio di povertà supera inoltre il valore europeo di 2,3 punti percentuali, mentre anche la disuguaglianza dei redditi e le difficoltà economiche delle famiglie penalizzano l’Italia nel confronto internazionale. Su 40 indicatori comparabili con quelli dell’Unione, soltanto 12 offrono risultati migliori della media e 18 presentano valori peggiori, soprattutto nell’istruzione, nel lavoro e nell’innovazione, a fronte di prestazioni più favorevoli nella salute e nella sicurezza.
È ancora la geografia a segnare una delle maggiori distanze nelle condizioni di vita. Tutte le regioni del Centro-Nord, con l’eccezione del Lazio, superano la media italiana per almeno metà degli indicatori territoriali, mentre nel Mezzogiorno, salvo l’Abruzzo, prevalgono risultati inferiori. Friuli-Venezia Giulia e Province autonome di Trento e Bolzano si collocano sopra il riferimento nazionale in almeno dieci dei dodici ambiti del benessere; all’estremo opposto Campania, Puglia e Calabria registrano valori peggiori in almeno dieci domini. La frattura attraversa soprattutto redditi e opportunità occupazionali. Nel 2025 il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni raggiunge il 67,6% a livello nazionale, ma si ferma al 54,2% nel Mezzogiorno, contro il 75,3% del Nord e il 72,2% del Centro. A pesare è in particolare la condizione femminile, con appena quattro donne occupate su dieci nel Sud, rispetto a quasi sei nella media italiana.
Anche l’istruzione incide profondamente sulla vulnerabilità economica: tra le persone con almeno 25 anni e al massimo la licenza media, il rischio di povertà arriva al 25,9%, oltre tre volte il 7,1% rilevato tra i laureati. La situazione più critica riguarda i 25-44enni poco istruiti del Mezzogiorno, dove la percentuale raggiunge il 51,8%.
Più longevità e soddisfazione
Il rapporto restituisce anche segnali incoraggianti sulla qualità della vita. Nel 2025 la speranza di vita alla nascita tocca il massimo storico di 83,7 anni e quella in buona salute sale a 59,1 anni, mentre il 47,6% delle persone di almeno 14 anni si dichiara molto soddisfatto della propria vita, 1,3 punti percentuali in più rispetto al 2024. Anche questi progressi, però, convivono con differenze territoriali: la speranza di vita nel Nord supera di 1,4 anni quella del Mezzogiorno e la soddisfazione personale raggiunge il 50,3% nel Nord-ovest, contro il 41,6% del Sud.





