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Iran, Teheran apre il tavolo regionale. Netanyahu evoca la minaccia atomica alla vigilia del voto

martedì, 27 Ottobre 2026
3 minuti di lettura

Mentre Iran, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan avviano a Teheran un confronto sulla sicurezza regionale, Israele si prepara a elezioni parlamentari dominate dalla guerra e dal futuro politico di Benjamin Netanyahu. Due piani che si intrecciano: la ricerca di un equilibrio regionale capace di contenere l’escalation e una campagna elettorale israeliana nella quale la minaccia iraniana è diventata uno strumento di mobilitazione politica.

Il vertice quadrilaterale, promosso su iniziativa pakistana, riunisce il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman, il capo dell’esercito pakistano Asim Munir, il responsabile dell’intelligence turca Ibrahim Kalin e il dirigente iraniano Mohsen Rezaei. Al centro dei colloqui figurano la cooperazione regionale, le conseguenze dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran e le prospettive di stabilizzazione del Medio Oriente.

L’iniziativa si inserisce nel tentativo di Islamabad di mantenere aperto un canale diplomatico tra Teheran e i suoi interlocutori regionali. La presenza saudita e turca conferisce al confronto un peso particolare: entrambi i Paesi devono misurarsi con il rischio di un conflitto più ampio, capace di compromettere la sicurezza energetica, le rotte commerciali e gli equilibri politici del Golfo.

Teheran, tuttavia, esclude per ora di discutere il proprio programma nucleare. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a Reuters che la questione non rientra nell’agenda dell’incontro e che Washington dovrà prima soddisfare le condizioni poste dalla Repubblica islamica per una cessazione definitiva delle ostilità. La proposta iraniana, trasmessa agli Stati Uniti attraverso mediatori a metà settembre, comprende la revoca del blocco americano sui porti iraniani, l’allentamento delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere e la fine delle operazioni militari su tutti i fronti regionali.

La distanza tra le posizioni resta quindi sostanziale. Per Washington e Israele, il dossier nucleare costituisce uno dei nodi centrali dello scontro; per Teheran, la fine della guerra passa innanzitutto dalla rimozione delle misure coercitive e dalla cessazione degli attacchi. Il vertice potrebbe favorire una mediazione, ma non equivale ancora a un negoziato diretto tra le parti belligeranti.

Netanyahu trasforma l’Iran nel centro della campagna elettorale

In Israele, intanto, il voto per la 26ª Knesset mette Netanyahu sotto pressione. Il premier ha rilanciato la minaccia nucleare iraniana, sostenendo che resterebbero due anni, entro la conclusione del mandato di Donald Trump, per «finire il lavoro» contro Teheran. Su X ha inoltre pubblicato un’immagine che rappresenta una bomba in caduta su Tel Aviv, un messaggio che alimenta l’allarme in una campagna già segnata dalla guerra.

Il principale rivale, Gadi Eisenkot, ha accusato il capo del governo di ricorrere a menzogne e allarmismo per condizionare gli elettori. Dagli Stati Uniti, Trump ha invece espresso apertamente il proprio sostegno a Netanyahu, definendolo un «eccezionale guerriero». Il presidente israeliano Isaac Herzog ha precisato che nessuna pressione esterna può sostituire la sua valutazione sulla formazione della futura coalizione, che dovrà basarsi sui risultati elettorali e sulle possibilità di ottenere una maggioranza.

La tensione è uscita anche dal terreno della propaganda. Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beytenu, ha chiesto alla procuratrice generale Gali Baharav-Miara di avviare un’indagine penale contro Netanyahu per «tradimento», sulla base delle notizie relative a una possibile ripresa delle ostilità contro l’Iran. Si tratta di un’accusa politica e di una richiesta d’indagine, non di una responsabilità penale accertata.

Anche il fronte anti-Netanyahu mostra divisioni. Yair Lapid e Yair Golan hanno contestato la strategia elettorale di Eisenkot, accusandola di indurre gli elettori a credere che concentrare i voti sul partito più grande garantisca automaticamente un vantaggio nella distribuzione dei seggi. Le fratture nell’opposizione potrebbero pesare in un sistema proporzionale nel quale la composizione della maggioranza dipende dagli equilibri tra le liste.

Netanyahu ha inoltre sostenuto che una vittoria dell’opposizione porterebbe alla concessione della cittadinanza a centinaia di migliaia di palestinesi e metterebbe a rischio il carattere ebraico dello Stato. Una linea che punta a ricondurre il confronto elettorale alla sicurezza nazionale e all’identità del Paese.

Un conflitto che supera i confini iraniani

La pressione militare continua anche sugli altri fronti. A Gaza, attacchi israeliani hanno provocato almeno cinque morti, secondo fonti palestinesi, tra cui una bambina di sette anni. A Hebron, durante un’operazione dell’esercito israeliano seguita all’uccisione di due soldati, è stato individuato uno scavo sotterraneo; secondo l’Autorità nazionale palestinese, oltre duemila persone sono state sfollate nell’area.

In Yemen, la coalizione a guida saudita ha annunciato di aver colpito installazioni missilistiche e depositi degli Houthi, dopo nuove esplosioni a Riad e la rivendicazione di un attacco contro l’aeroporto internazionale della capitale saudita.

Il quadro conferma che la crisi iraniana non è isolata: coinvolge il Golfo, il Levante e la sicurezza delle infrastrutture strategiche. Il vertice di Teheran rappresenta un tentativo di contenere questa propagazione, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità dei partecipanti di tradurre il confronto politico in garanzie concrete.

Per Netanyahu, le elezioni costituiscono invece una verifica della tenuta di una leadership che ha legato la propria legittimità alla sicurezza nazionale. Il rischio è che la prospettiva di una nuova guerra diventi contemporaneamente una variabile strategica e un argomento elettorale. In un Medio Oriente già attraversato da più conflitti, la distinzione tra le due dimensioni è sempre più difficile da mantenere.

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