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La democrazia va prima difesa, poi migliorata

domenica, 25 Ottobre 2026
3 minuti di lettura

Il disagio giovanile riguarda la qualità della democrazia e la tenuta delle nostre società. Per comprenderlo occorre osservare come la percezione di incertezza e impotenza dei giovani si intrecci con la competizione tra sistemi democratici e autocrazie — soprattutto Russia e Cina.

Parliamo di potenze che reprimono il dissenso interno e possono sfruttare le fragilità occidentali, veicolando tramite le reti digitali narrazioni destinate a esasperare la sfiducia. Con una fondamentale distinzione: nelle attività di manipolazione informativa documentate dai rapporti europei prevale in modo netto il ruolo russo. In un successivo articolo affronteremo le soluzioni per migliorare la nostra società. Qui il punto è comprendere perché la difesa delle nostre istituzioni sia la precondizione di ogni riforma.

Le democrazie possono correggersi attraverso istruzione, politiche sociali, partecipazione, controllo del potere e alternanza. Possono anche fallire, tollerare privilegi e lasciare indietro intere generazioni. La loro forza sta nella possibilità di denunciare questi fallimenti e organizzarsi per superarli. Il dissenso rende visibili problemi che il potere preferirebbe talvolta ignorare: è una risorsa da ascoltare, entro regole che tutelino i diritti di tutti.

Le autocrazie conoscono anch’esse profonde disuguaglianze e tensioni, ma restringono la possibilità di manifestarle e contestarle.

L’espansione dell’istruzione cinese convive con differenze territoriali e familiari; anche la Russia presenta squilibri nelle opportunità. Entrambe possono migliorare condizioni materiali attraverso politiche economiche e sociali, mentre censura, sorveglianza e repressione limitano la contestazione autonoma. Il conflitto meno visibile non è necessariamente risolto: un regime può soffocare le manifestazioni del disagio, ma non cancellarne per decreto le cause. L’obbedienza imposta non equivale alla fiducia.

Qui emerge il meccanismo perverso della strategia del Cremlino: comprimere il dissenso in casa e utilizzare le libertà altrui per amplificare sfiducia e divisioni. Il precedente storico è nella guerra fredda, quando propaganda, disinformazione e operazioni d’influenza accompagnavano il confronto tra i blocchi. L’Unione Sovietica sviluppò un’esperienza specifica nelle cosiddette «misure attive». Le tensioni autentiche delle società occidentali potevano diventare terreno della competizione geopolitica: non occorreva crearle per trarne vantaggio.

Oggi strumenti, velocità e linguaggi sono cambiati. Il Servizio europeo per l’azione esterna documenta infrastrutture di manipolazione riconducibili soprattutto alla Russia e anche alla Cina. Le due potenze non vanno sovrapposte: differiscono per metodi, priorità e intensità delle attività osservate. Nei rapporti europei il ruolo russo è predominante.

Le istituzioni dell’Unione attribuiscono a Mosca campagne contro la sicurezza e le fondamenta democratiche europee, intensificate dopo l’aggressione all’Ucraina.

Il punto non è attribuire alla Russia l’origine dei nostri problemi o dei disordini sociali. È riconoscere che essa sfrutta divisioni e difficoltà esistenti per indebolire coesione e capacità di decisione. L’attribuzione di ogni singola operazione richiede prove; ma ignorare la strategia generale, ampiamente documentata, sarebbe un errore fatale.

Non serve convincere tutti della stessa versione dei fatti. Può essere sufficiente rendere ogni informazione sospetta, esasperare le contrapposizioni e alimentare la convinzione che nessuna istituzione sia credibile. Una società che non distingue più tra critica e falsificazione fatica a discutere, scegliere e agire insieme. Il vantaggio per chi vuole indebolirla sta anche in questa paralisi.

Mosca è in guerra e contrasta i Paesi che sostengono l’Ucraina. In guerra «non si pettinano le bambole»: la tenuta interna dell’avversario diventa un obiettivo strategico.

Questo non rende sospetta ogni protesta, né deve portarci a recepire i metodi autoritari che combattiamo. Si tratta, al contrario, di distinguere il disagio reale dalla sua strumentalizzazione, la critica legittima dalle operazioni che cercano di deformarla.

La difesa democratica richiede quindi istituzioni capaci di individuare le interferenze, piattaforme più trasparenti, informazione indipendente e cittadini dotati degli strumenti critici per verificare ciò che leggono e condividono. Richiede anche fermezza contro violenze e intimidazioni.

Proteggere il diritto di manifestare e perseguire chi aggredisce o devasta sono responsabilità perfettamente compatibili: la libertà perde sostanza quando qualcuno può impedire agli altri di esercitarla.

Non si tratta di rinviare le riforme sociali, ma di comprendere un ordine logico fondamentale: una democrazia destabilizzata e paralizzata perde la capacità stessa di correggersi. Riconoscere le minacce esterne non ci esonera dal sanare le ingiustizie interne, ma ne garantisce la cornice di agibilità politica.

Le autocrazie possono sfruttare proprio ciò che ci distingue da loro: la libertà. La libertà di dissentire, manifestare e discutere diventa terreno di interferenza quando qualcuno cerca di trasformare le nostre divisioni in paralisi. Difenderla con strumenti trasparenti e rigorosi significa mantenere aperto lo spazio della critica.

Migliorare la democrazia è il nostro compito. Difenderla è la condizione imprescindibile per poterlo svolgere.

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