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Giovani: no alla violenza, ma futuro e democrazia

Dopo le notti di guerriglia a Milano, Torino e Bologna, condannare è necessario ma non basta: bisogna restituire ai ragazzi una ragione per credere nel domani
venerdì, 23 Ottobre 2026
2 minuti di lettura

Le immagini di sabato 17 ottobre resteranno a lungo negli occhi di chi ama le nostre città. Piazza del Duomo a Milano avvolta dal fumo, vetrine sfondate in corso Vittorio Emanuele, cassonetti in fiamme a Bologna, la libreria della stazione di Porta Nuova a Torino rovesciata da ragazzi a volto coperto. E poi, la domenica, nuovi assalti ai negozi del centro milanese. Oltre cento agenti feriti, decine di arresti, danni che Confcommercio stima in circa un milione di euro nella sola Milano. Il Presidente Mattarella ha parlato di violenze inaccettabili e di «soggetti inediti». È questa seconda espressione che merita una riflessione.

La natura delle violenze

Inediti, perché chi ha devastato non appartiene ai vecchi professionisti dello scontro di piazza. Sono in gran parte giovanissimi, molti minorenni, arrivati dalle periferie e dall’hinterland, senza bandiere, senza leader, senza un documento politico. Si sono dati appuntamento sui social, hanno trasformato la rabbia in videoclip, si sono staccati da cortei nati pacifici contro il carovita e i salari bassi. Il giorno prima migliaia di studenti avevano manifestato in tutta Italia per la scuola senza rompere un vetro. Due piazze, due generazioni dentro la stessa generazione.

Va detto con chiarezza, senza le ambiguità che a volte la politica si concede: la violenza non è una forma di protesta, è la sua negazione. Chi lancia una pietra contro un poliziotto, chi saccheggia un negozio, chi brucia un’auto non difende il diritto a manifestare: lo sottrae a tutti gli altri. Ogni vetrina rotta toglie voce agli studenti che chiedono scuole migliori, ai lavoratori che chiedono stipendi dignitosi, alle famiglie che non arrivano a fine mese. La piazza democratica vive di parole; quando arrivano le spranghe, le parole muoiono.

Comprendere il disagio giovanile

Fermarsi qui, però, sarebbe comodo e sbagliato. Condannare è necessario, ma non è sufficiente. Un ragazzo di quindici anni che scende in centro per spaccare tutto ci sta dicendo qualcosa, anche se lo dice nel modo peggiore. Ci parla di periferie dove l’unico spazio pubblico è un parcheggio, di scuole che faticano a trattenere chi resta indietro, di famiglie fragili, di un futuro percepito come una porta chiusa. Ci parla di una noia profonda e di un bisogno di esistere che i social premiano solo quando è spettacolare. Il fenomeno che il gergo giovanile chiama «maranza» non nasce dal nulla: è il frutto di anni di disattenzione.

Per questo la risposta non può essere soltanto di ordine pubblico. Lo Stato ha il dovere di proteggere cittadini, commercianti e forze dell’ordine, e chi ha commesso reati deve risponderne. Ma un decreto, più militari nelle strade, nuove misure per i minorenni non bastano a ricucire un legame spezzato. Servono scuole aperte il pomeriggio, palestre e centri sportivi nei quartieri, educatori di strada, un apprendistato che porti davvero al lavoro, una formazione che restituisca ai ragazzi la sensazione che impegnarsi conviene. Serve, soprattutto, che gli adulti tornino a fare gli adulti: genitori, insegnanti, allenatori, sacerdoti, medici.

La strada della democrazia

Da medico ho imparato che un sintomo violento va trattato subito, ma che curare soltanto il sintomo significa rivedere il paziente più grave di prima. La febbre si abbassa, la causa resta. Così è per questa rabbia: contenerla è urgente, comprenderla è indispensabile.

Ai giovani vorrei dire una cosa semplice. Avete ragione a chiedere il vostro futuro: lavoro, casa, dignità, la possibilità di restare in Italia senza sentirvi ospiti. Ma il futuro non si conquista distruggendo la città che un giorno sarà vostra. Lo si costruisce con lo studio, con il lavoro, con il voto, con l’impegno nelle associazioni, con la protesta pacifica e ostinata. La democrazia è lenta, a volte frustrante, ma è l’unico strumento che vi permette di cambiare le cose senza diventare ciò che combattete. La generazione dei vostri nonni ha ricostruito un Paese distrutto dalla guerra; quella dei vostri genitori ha attraversato gli anni di piombo e ha scelto di uscirne. Ora tocca a voi decidere quale traccia lasciare. Non una vetrina in frantumi, ma un’Italia più giusta.

Antonio Cisternino

Antonio Cisternino

Medico-Chirurgo
Responsabile nazionale Sanità UDC

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