Rumore sommerso nell’oceano

Il prezzo sonoro dei nostri consumi. Quanto fanno rumore le nostre scelte in fondo al mare?

Non solo plastica. Il rumore umano è la nuova minaccia che sta spegnendo gli ecosistemi marini. Navi, attività industriali e sfruttamento delle risorse sommergono gli animali marini di un frastuono invisibile. Un impatto alimentato anche, indirettamente, dai nostri consumi e stili di vita. La ricerca dimostra che ridurlo è possibile, ma richiede responsabilità condivise
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Tuffarsi in mare, immergersi nell’acqua, lasciarsi galleggiare e, per un momento, allontanarsi dal rumore del mondo è una sensazione che conosciamo bene. Sott’acqua i suoni si fanno ovattati, tutto sembra più lontano, il tempo rallenta. Ci immaginiamo un universo silenzioso, quasi incontaminato, nel quale ritrovare un po’ di pace. Ma quello che per noi è un rifugio dal frastuono quotidiano, per molti abitanti del mare è diventato un ambiente sempre più rumoroso. Un rumore che non vediamo, che spesso non percepiamo e che proprio per questo rischia di passare inosservato. Eppure, mentre noi cerchiamo il silenzio, i pesci e i cetacei devono fare i conti con un suono continuo che interferisce con la loro possibilità di orientarsi, nutrirsi, riconoscere i propri simili e comunicare.

È l’inquinamento acustico sottomarino, una forma di contaminazione meno evidente della plastica abbandonata sulle spiagge o delle chiazze di petrolio sulla superficie dell’acqua, ma capace di compromettere gli equilibri degli ecosistemi marini. E, come accade per molte altre forme di inquinamento, all’origine ci sono le attività umane.

Un mondo che vive attraverso i suoni

Per comprendere la portata del problema bisogna provare a immaginare il mare dal punto di vista di chi lo abita. Sott’acqua la luce si attenua rapidamente, mentre il suono si propaga a circa 1.500 metri al secondo, cinque volte più velocemente che nell’aria. Per numerose specie, ascoltare non significa soltanto percepire ciò che accade intorno: significa poter vivere.

I cetacei utilizzano i suoni per comunicare, cercare il cibo e orientarsi. Anche per molti pesci le vibrazioni e i segnali acustici sono fondamentali per riconoscere l’ambiente, individuare i predatori e interagire con altri individui. Quando il rumore prodotto dalle attività umane invade questo spazio è come se una conversazione diventasse improvvisamente impossibile, perché qualcuno alza continuamente il volume fino a coprire tutte le altre voci. Le balene possono modificare la frequenza dei loro canti per riuscire a farsi sentire in mezzo al rumore, ma adattarsi non significa necessariamente non subire conseguenze. E così comunicare può diventare più difficile, così come trovare un partner o mantenere i contatti può richiedere uno sforzo maggiore e alcuni comportamenti possono essere alterati.

È un danno che non sempre lascia segni visibili, ma che può incidere sulla sopravvivenza degli animali e sulla vita delle popolazioni marine. Nei casi più gravi, suoni molto intensi possono provocare lesioni all’apparato uditivo e altri danni fisici. Alcuni eventi di spiaggiamento dei cetacei sono stati associati a determinate attività rumorose, anche se i meccanismi e le responsabilità devono essere valutati caso per caso.

Il rumore della nostra presenza

Le principali fonti di questo “frastuono” sono il traffico navale, le attività di ricerca di petrolio e gas, le operazioni militari, le detonazioni utilizzate per smantellare alcune piattaforme petrolifere e gli Airgun, dispositivi che emettono impulsi sonori ad alta intensità per esplorare il sottosuolo marino alla ricerca di giacimenti.

Le navi producono soprattutto rumori a bassa frequenza, che possono propagarsi su distanze considerevoli. Le attività militari e gli impulsi degli Airgun possono invece generare picchi sonori molto intensi. Non è quindi soltanto una questione di rumori improvvisi e assordanti, anche il sottofondo costante del traffico marittimo può interferire con la vita degli organismi che abitano il mare.

A prima vista, queste attività sembrano lontane dalla nostra quotidianità. Le grandi navi attraversano rotte commerciali, le piattaforme estraggono risorse energetiche, le compagnie effettuano esplorazioni e le esercitazioni militari si svolgono in aree che spesso non vediamo, ma la distanza geografica non significa assenza di responsabilità. Le merci che acquistiamo viaggiano anche via mare e l’energia che utilizziamo dipende da sistemi di produzione e approvvigionamento che possono comportare lo sfruttamento dei fondali. Il nostro modello di consumo contribuisce a sostenere reti di trasporto e attività industriali il cui impatto ambientale non si ferma alla costa. Questo non significa che ogni cittadino sia direttamente responsabile di ogni singolo rumore, né che possa risolvere da solo un problema che richiede regole, controlli e scelte industriali precise. Significa, però, che non possiamo considerarlo una questione che riguarda soltanto gli altri.

Siamo abituati a misurare l’inquinamento marino attraverso ciò che riusciamo a vedere, come una bottiglia di plastica, una rete abbandonata, una spiaggia sporca. Il rumore ci costringe a guardare oltre la superficie e a riconoscere che anche attività apparentemente normali, quando diventano troppo intense o invasive, possono alterare un ambiente naturale. Il mare non è uno spazio vuoto a disposizione dell’uomo, ma un sistema vivente, attraversato da relazioni che non possiamo permetterci di interrompere senza conseguenze.

Quando il rumore diminuisce, la differenza si sente

La questione non è nuova, ma negli ultimi vent’anni la ricerca scientifica ha dedicato crescente attenzione all’inquinamento acustico sottomarino e ai suoi effetti. Nel 2008 l’Unione europea ha incluso il rumore subacqueo tra le pressioni ambientali da considerare nella tutela degli ecosistemi marini, attraverso la Direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino. Anche il progetto UNDERSEA del Consiglio Nazionale delle Ricerche ha contribuito a studiare il fenomeno, rilevando un aumento dei livelli di rumore nelle acque europee, con particolare attenzione all’Adriatico. Un segnale che invita a non sottovalutare il problema proprio nei mari che conosciamo e frequentiamo e dai quali dipendono attività economiche, biodiversità e intere comunità costiere.

C’è, tuttavia, un dato che permette di guardare alla questione senza rassegnazione. Nel 2020, durante il lockdown imposto dalla pandemia, la riduzione del traffico navale ha avuto effetti misurabili sul rumore sottomarino. Uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Scientific Reports ha rilevato una diminuzione di circa tre decibel nella banda di frequenza compresa tra 10 e 100 hertz. Tre decibel possono sembrare poca cosa, soprattutto per chi non ha familiarità con le misurazioni acustiche, in realtà il dato dimostra che il rumore prodotto dalle attività umane non è una caratteristica inevitabile del mare. Può, cioè, diminuire quando cambiano le condizioni che lo generano. Non significa che basti ridurre il traffico navale per risolvere ogni forma di inquinamento acustico, perché le fonti sono diverse e richiedono interventi specifici, significa, però, che esistono margini concreti per agire.

Ridurre l’impatto delle navi, migliorare le tecnologie, regolamentare le attività più rumorose, monitorare le aree sensibili e valutare con attenzione le conseguenze delle operazioni industriali sono passaggi importanti. La ricerca e le Istituzioni possono individuare le soluzioni, ma servono decisioni politiche, responsabilità delle imprese e una maggiore consapevolezza collettiva del costo ambientale delle nostre attività.

Il silenzio non è un lusso

Esiste un paradosso nel modo in cui viviamo il mare. Lo cerchiamo per fuggire dal rumore delle città, per ritrovare una dimensione naturale, per sentirci parte di qualcosa di più grande eppure, proprio mentre lo consideriamo un luogo di pace, contribuiamo a renderlo sempre più difficile da abitare per molte delle specie che lo popolano. Il rumore, una volta cessato, non rimane nell’acqua come un rifiuto di plastica, ma gli effetti che ha prodotto possono durare nel tempo.

Proteggere il mare significa, dunque, imparare a considerare anche ciò che non vediamo e non sentiamo. Significa capire che la tutela dell’ambiente non si esaurisce nel raccogliere un rifiuto sulla spiaggia o nel ridurre la plastica che utilizziamo, gesti importanti ma non sufficienti. Richiede di interrogarsi anche sulle infrastrutture, sulle attività economiche, sulle tecnologie, sui consumi che sostengono il nostro modo di vivere e sui nostri stili di vita. Non possiamo chiedere al mare di continuare ad accoglierci come un rifugio se non siamo disposti a rispettarlo come un ambiente abitato da milioni di altre forme di vita. E non possiamo delegare ogni responsabilità alle grandi industrie, alle istituzioni o agli scienziati. A loro spettano decisioni e competenze specifiche, ma a tutti noi spetta la consapevolezza che le risorse naturali non sono inesauribili e che il benessere umano non è separato da quello degli ecosistemi.

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