“Last-chance tourism”. L’ultima occasione per vedere ecosistemi in pericolo

Dall’Antartide alla Grande Barriera Corallina cresce la corsa verso i luoghi più fragili del Pianeta. Ma il turismo dell’ultima occasione solleva una domanda: possiamo visitare ciò che rischia di scomparire senza contribuire alla sua fine?
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Quando arrivano le vacanze, le tanto agognate ferie, siamo combattuti se rimanere a casa a non far nulla o viaggiare e vedere più posti possibili. Quando prevale questa seconda opzione le mete da visitare sono tante. E tra queste è possibile che rientrino l’Antartide, l’Australia e il Canada, le cui zone più ambite dai turisti sono, però, tutte a rischio a causa della crisi climatica e dell’impatto umano. Sono ecosistemi e territori fragili che, senza un cambiamento di rotta, rischiano di cessare di esistere o di modificarsi irrimediabilmente.

Ma è proprio questo loro “essere in fin di vita” che spinge migliaia di persone a visitare luoghi che in un futuro, non troppo lontano, potrebbero non esistere più. Per descrivere tale fenomeno è stato coniato il termine last-chance tourism, ovvero turismo dell’ultima occasione, una tendenza che si sta diffondendo rapidamente anche per la facilità con cui oggi si riesce a viaggiare.

Spinti dalla paura di non poter vedere con i propri occhi una di queste meraviglie minacciate, i turisti prendono aerei, navi o treni per arrivare in luoghi che ormai non sono più così incontaminati. Come evidenziato da diversi studi sul fenomeno, tra le mete ambite ci sono i ghiacciai che si stanno sciogliendo in Islanda, Antartide e sulle Alpi; la Grande Barriera Corallina in Australia, che sta subendo lo sbiancamento dei coralli; Churchill in Canada, dove si possono osservare gli orsi polari, ma il cui habitat naturale è sempre più a rischio, o la foresta Amazzonica, con la sua deforestazione. Senza dimenticare che anche tante delle nostre città subiscono lo stesso stress per l’overtourism, come Venezia, per esempio, che affonda lentamente. In molti casi sono le stesse agenzie di viaggio che pubblicizzano un tour, specificando che potrebbe essere l’ultima occasione per ammirare determinate mete e specie animali.

Il paradosso etico

Ma dietro il last-chance tourism si nasconde un paradosso e un problema etico, perché proprio quegli stessi viaggi rischiano di accelerare il declino di ecosistemi, città e comunità culturali. La presenza di migliaia di visitatori può, infatti, disturbare la fauna selvatica, danneggiare il territorio, aumentare l’inquinamento, oltre al fatto che la domanda fa aumentare il numero delle infrastrutture recettive e di servizi vari. Va anche specificato che questo fenomeno può far scaturire una dipendenza economica da parte delle comunità locali che vivono intorno alle aree minacciate, per le quali, in caso di catastrofe, la perdita non sarebbe più solo ambientale, ma anche economica e sociale.

Secondo l’International Association of Antarctica Tour Operators il turismo in Antartide ha visto più di 74 mila viaggiatori tra il 2019 e il 2020. Inoltre, in un articolo di Guomin Li, Wei Li, Yinke Dou e Yigang Wei, pubblicato nel 2022 sulla rivista scientifica “MDPI”, si stima che le emissioni di carbonio per passeggero relative a un viaggio in nave verso l’Antartide oscillino tra le 3,2 e le 4,1 tonnellate. Una cifra spropositata se pensiamo che in media in Europa, secondo il sito “Worldometer”, una persona all’anno produce 6 tonnellate di emissioni di carbonio.

I lati postivi del fenomeno

Nonostante ciò il last-chance tourism possiede anche dei lati positivi. Infatti, può generare entrate economiche destinate alla conservazione scientifica, fungere da sostentamento per le comunità locali e permettere ai viaggiatori di sviluppare una maggiore consapevolezza verso la crisi climatica attuale. In ogni caso, nell’articolo “An ethical guide to last-chance tourism”, pubblicato sulla piattaforma BBC Travel nel 2025, gli esperti invitano chi voglia visitare questi luoghi a rischio ad adottare un approccio responsabile, scegliendo mezzi di trasporto meno inquinanti, evitando navi da crociera e voli interni; selezionando guide e agenzie competenti, che limitino il numero di visitatori e l’accesso ad attività che coinvolgono la fauna e la flora del posto; preferendo tour che collaborano con le comunità locali, finanziando progetti di conservazione e soprattutto integrando educazione e scienze nelle esperienze proposte. Perché il last-chance tourism si trova su un labile confine tra possibilità e gravi responsabilità.

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