Un funerale trasformato in una strage, nel cuore di un Paese dove attentati di questa natura sono estremamente rari. Sette persone sono state uccise e 40 ferite nell’attacco contro una chiesa greco-ortodossa nel villaggio di Hammoud, nel governatorato di Karak, nel sud della Giordania.
La sparatoria è avvenuta venerdì 23 ottobre mentre nella chiesa era in corso una cerimonia funebre. Le immagini delle telecamere di sicurezza trasmesse dalla televisione di Stato Al-Mamlaka mostrano tre uomini armati avvicinarsi all’edificio e aprire il fuoco, per poi dirigersi verso l’ingresso della chiesa. Le forze di sicurezza hanno immediatamente avviato una vasta operazione per rintracciare gli aggressori.
Il ministro dell’Interno Mazen al-Farrayeh ha attribuito l’azione a un gruppo di estremisti, precisando però che le indagini sono ancora in corso. Al momento dell’attacco non era stata annunciata ufficialmente alcuna rivendicazione.
Durissima la reazione di re Abdullah II, che si è recato a Karak nelle ore successive. Il sovrano ha definito quanto accaduto «un atto terroristico» e promesso la più severa risposta contro i responsabili, sottolineando che i proiettili non riusciranno a dividere la società giordana. Anche il primo ministro Jafar Hassan ha indicato nell’estremismo la matrice dell’attacco.
La strage colpisce la minoranza cristiana di un Paese a maggioranza musulmana nel quale gli episodi di violenza contro le comunità religiose sono relativamente rari. Karak, circa 180 chilometri a sud della capitale Amman, ospita una significativa presenza cristiana.
La condanna è arrivata anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale Antonio Guterres ha ribadito l’inaccettabilità degli attacchi contro civili e luoghi di culto. Per la Giordania, considerata uno degli Stati più stabili della regione, la sfida ora non è soltanto catturare gli aggressori, ma impedire che l’attentato raggiunga il suo obiettivo più insidioso: trasformare una strage in una frattura religiosa e sociale.





