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Meloni prende le distanze da Trump: “Sul gasolio russo scelta rischiosa”. E attacca il campo largo

Il Premier alle Camere prima del vertice Ue di oggi: scontro sulla tregua energetica e accuse di misoginia al Pd: “Non sono arrivata qui con le moine”. Conte replica sulla legge elettorale, Zelensky ringrazia per il sostegno a Kiev
giovedì, 15 Ottobre 2026
5 minuti di lettura

Una vera e propria presa di distanza da Donald Trump, la difesa del sostegno all’Ucraina e un duro scontro con le opposizioni. Giorgia Meloni ha affrontato ieri il Parlamento alla vigilia del Consiglio europeo di oggi e non ha risparmiato critiche alla decisione del Tycoon di raggiungere un’intesa sul gasolio russo: “È una scelta che considero molto rischiosa”, ha detto il Premier che ha messo in guardia dalle conseguenze di un allentamento della pressione economica su Mosca. Il problema del caro carburanti esiste, ha riconosciuto, ma la sua origine va cercata soprattutto nella guerra in Iran, non in quella ucraina. E il tentativo di frenare i rincari rischia di produrre un risultato opposto agli interessi occidentali. Meloni ha parlato di una legittimazione del Cremlino, di nuove entrate per finanziare il conflitto e di un indebolimento delle sanzioni che finora hanno rappresentato uno degli strumenti di pressione su Vladimir Putin: “Il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari”, ha aggiunto. Un giudizio che ha segnato una distanza dalla Casa Bianca su un dossier decisivo per gli equilibri europei. Il presidente del Consiglio ha confermato la linea italiana: nessun arretramento nel sostegno a Kiev, perché una pace imposta dall’aggressore non garantirebbe la sicurezza del continente: “Ma la resa è conquista”, ha scandito, convinta che senza la resistenza ucraina il negoziato lascerebbe spazio all’occupazione di una nazione europea.

La tregua energetica divide il Parlamento

Dalla politica internazionale allo scontro interno il passaggio è stato breve. Meloni ha preso di mira il campo largo per la decisione di non partecipare, al Senato, al voto sulla risoluzione della maggioranza che chiedeva una tregua energetica fra Russia e Ucraina, con lo stop agli attacchi contro le centrali elettriche ucraine e le raffinerie russe: “Mi chiedo cosa ci sia in questa proposta che non è sostenibile”, ha affermato durante la replica alla Camera, dopo aver ricordato l’uscita dall’Aula delle opposizioni. Il Primo Ministro ha chiesto perché i partiti che invocano la pace non abbiano voluto esprimersi su una misura diretta a interrompere i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche. Nel confronto è rientrata anche l’ipotesi di riprendere le importazioni di gas russo. Meloni l’ha liquidata come una falsa soluzione al caro bollette. Il prezzo europeo, ha spiegato, dipende dalla Borsa olandese e non dal Paese di provenienza. Un ritorno alle forniture di Mosca, secondo la sua valutazione, non porterebbe vantaggi economici agli italiani per diversi anni: “Vorrei capire quali sono gli interessi che si stanno difendendo reiterando questa proposta”, ha aggiunto, con una stoccata ai sostenitori della riapertura dei rapporti energetici con la Russia.

Le “moine” e l’accusa di misoginia al Pd

Ma è stato lo scontro con Giuseppe Provenzano ad accendere ulteriormente il dibattito. Il Deputato del Pd aveva collegato l’assenza del Premier da un vertice al fatto che Trump non la “vezzeggiava”. Una parola che Meloni non ha lasciato passare: “Io faccio politica da 35 anni e non sono arrivata dove sono arrivata con carezze e moine, ma combattendo, con le mie idee, dimostrando il mio valore e con il consenso dei cittadini”, ha replicato per poi rivendicare il proprio percorso politico. Poi l’affondo personale: “Lei non utilizzerebbe questo tono con un collega maschio”. Il Presidente del Consiglio ha chiamato in causa anche Laura Boldrini e ha accusato la Sinistra di una misoginia che, a suo giudizio, avrebbe ostacolato l’affermazione delle donne ai vertici della politica italiana.

Conte, la Nato e la legge elettorale

Non è andata meglio con il Movimento 5 Stelle. Meloni ha contestato ai pentastellati le accuse all’imperialismo americano e ha preteso chiarezza sulla collocazione internazionale dell’Italia in caso di un ritorno del Movimento al Governo. Restare nella Nato oppure uscirne? È questa la domanda che ha rivolto al partito di Giuseppe Conte: “Non credo si possa stare col piede in tutte le scarpe”, ha ammonito, dopo aver evocato i rapporti dei cinquestelle con interlocutori statunitensi. Con Conte si è aperto anche il fronte della legge elettorale. Il Premier ha sostenuto che, con la riforma proposta dal Centrodestra, l’ex Presidente del Consiglio non sarebbe mai arrivato a Palazzo Chigi. Il leader M5S ha ribattuto che l’indicazione del candidato Premier non vincola il Capo dello Stato e che la legge contempla anche il mancato raggiungimento del premio di maggioranza: “Non deve aver letto la legge che avete scritto”, ha detto, prima dell’invito: “La studi meglio”.

Conte ha poi riportato l’attenzione sulle difficoltà delle famiglie, sul crollo dei salari reali e sul prezzo dei carburanti, accusando Meloni di dedicare più spazio agli attacchi contro il Movimento che alle emergenze economiche.

Fratoianni denuncia il nervosismo

Anche Nicola Fratoianni ha contestato i toni del Presidente del Consiglio: “Abbiamo assistito a un altro suo comizio”, ha detto il leader di Sinistra italiana, che ha attribuito il nervosismo del Premier ai risultati del Governo. Nel suo intervento ha citato la perdita del 9,2% del potere d’acquisto degli stipendi, i sei milioni di italiani in povertà assoluta, le rinunce alle cure e la fuga dei giovani all’estero. Un quadro al quale ha aggiunto il calo della produzione industriale e i carburanti sopra i due euro al litro.

Sul fronte ucraino, invece, Meloni ha ricevuto l’apprezzamento di Volodymyr Zelensky. Il Presidente ucraino l’ha ringraziata su X per “il sostegno e per la posizione chiara, inequivocabile e basata su principi”, oltre che per aver riconosciuto le responsabilità dell’aggressore.

Parole che sono arrivate mentre nel Centrodestra sono riemerse differenze sulla durata degli aiuti a Kiev. Matteo Salvini, da Bruxelles, ha ricordato quanto gli europei hanno già destinato all’Ucraina e ha chiesto di puntare sulla diplomazia. “Sicuramente non potremo andare avanti all’infinito a mandare miliardi non in prestito ma in regalo”, ha dichiarato il leader della Lega. Roberto Vannacci ha difeso una posizione ancora più netta: “Una brutta pace è sicuramente meglio di una brutta guerra”. Il Presidente di Futuro Nazionale ha richiamato il costo degli aiuti e la necessità di destinare maggiori risorse alle famiglie italiane. Meloni ha risposto ai parlamentari che hanno abbandonato le posizioni sull’Ucraina condivise alle elezioni del 2022: chi sostiene oggi tesi opposte, ha osservato, sarebbe più credibile con le dimissioni e una nuova candidatura.

Energia e difesa, il confronto si sposta a Bruxelles

Al Consiglio europeo Meloni porterà soprattutto la questione energetica. Le imprese del continente, ha sostenuto, non possono competere con concorrenti che pagano l’energia molto meno. “La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione”, ha avvertito, con una richiesta di interventi rapidi e coordinati. Il Governo ha rivendicato la scelta di destinare circa 14 miliardi di euro alle misure contro il caro energia e una quota equivalente alla difesa e alla sicurezza attraverso la flessibilità prevista dalle regole europee. La premier ha negato che queste risorse vengano sottratte a sanità e scuola, mentre il Movimento 5 Stelle ha contestato l’aumento degli stanziamenti militari.

Nel confronto europeo troveranno spazio anche la guerra in Iran, la libertà di navigazione a Hormuz e nel Mar Rosso, la crisi di Gaza e il futuro bilancio dell’Unione. Sull’Ucraina Meloni ha insistito sulla necessità di un rappresentante con il mandato dei Ventisette, per evitare che le condizioni della pace vengano discusse senza una voce comune europea.

Per la Cronaca alla Camera la maggioranza ha ottenuto il via libera alle due risoluzioni sulle comunicazioni del Premier. La prima è passata con 176 voti favorevoli e 115 contrari, la seconda sull’Ucraina con 186 sì e nessun contrario, dopo la mancata partecipazione delle opposizioni al voto.

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