Figli. E se il problema fosse l’amore?

Da Singapore a Tokyo i governi sperimentano app e incontri organizzati per favorire la nascita di nuove coppie. Ma un algoritmo può far incontrare due persone, non creare le condizioni perché immaginino un futuro insieme e diventare genitori
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C’è stato un tempo in cui davanti a una culla vuota lo Stato si chiedeva come aiutare chi aveva deciso di avere un figlio. Oggi la domanda sembra essersi spostata un passo indietro, esattamente su come fare perché quella coppia, prima ancora di diventare una famiglia, possa incontrarsi. È una delle frontiere più curiose della battaglia globale contro la denatalità e arriva dall’Asia, dove il crollo delle nascite ha assunto proporzioni tali da trasformare anche l’amore, il matrimonio e la formazione delle coppie in una questione di interesse pubblico.

Singapore ha appena fatto un passo che sembra fantascientifico, mettendo un algoritmo al lavoro per aiutare i single a trovare un partner. La piattaforma si chiama FirstDate ed è stata sviluppata dalla Government Technology Agency, per ora destinata solo ai dipendenti pubblici non sposati tra i 21 e i 35 anni. Niente scorrimento compulsivo di fotografie, perché il sistema propone una persona alla volta, sulla base delle preferenze e delle informazioni raccolte attraverso un questionario. A decidere gli abbinamenti è il celebre algoritmo Gale-Shapley, elaborato negli anni Sessanta e diventato famoso per la capacità di individuare «accoppiamenti stabili».

La ragione non è certo romantica. Singapore ha registrato nel 2025 un tasso di fecondità totale di appena 0,87 figli per donna, uno dei livelli più bassi al mondo. Il Governo ha già messo in campo consistenti incentivi economici per sostenere la genitorialità, ma i risultati non sono bastati, così la politica demografica sembra aver cambiato prospettiva: se i giovani non formano nuove famiglie, forse bisogna intervenire prima che arrivi il momento del passeggino.

Se lo Stato diventa sensale

L’aspetto più interessante, però, non è la tecnologia, ma la domanda che questa tecnologia pone, ossia fino a dove è lecito che uno Stato si spinga quando considera la denatalità un problema collettivo, perché un conto è finanziare un asilo nido, concedere un congedo parentale o aiutare una famiglia a pagare una casa più grande; un altro è entrare, sia pure con discrezione e attraverso un’applicazione volontaria, nella sfera personale, di quando si cerca qualcuno con cui condividere la propria vita.

Non è il primo tentativo governativo

Il caso più sorprendente è quello del Giappone. Nel 2024 il governo metropolitano di Tokyo ha lanciato Tokyo Enmusubi, un servizio di matchmaking basato sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato era facilitare la formazione di coppie in una società nella quale sempre meno persone si sposano e fanno figli. Per accedere al servizio occorre dimostrare di essere single e superare un colloquio, il sistema poi utilizza un questionario molto articolato per individuare le compatibilità. I risultati sono altrettanto incredibili. Secondo gli ultimi dati diffusi dal governo metropolitano al 30 giugno 2026 erano 16 mila gli iscritti, mentre 265 coppie si erano sposate dopo essersi conosciute attraverso l’app. Le coppie in una relazione considerata seria erano circa 760. Non significa, naturalmente, che 265 matrimoni equivalgano a 265 nuove famiglie o a un’improvvisa inversione della curva demografica, ma sicuramente dimostra che il confine tra politica pubblica e vita privata si è spostato.

Dall’app all’appuntamento al tempio

La Corea del Sud ha scelto una strada meno tecnologica, ma altrettanto singolare. Seoul organizza da tempo iniziative per permettere ai single di conoscersi e nel 2026 ha deciso di rilanciare il proprio programma di matchmaking, costruito attorno a incontri in luoghi simbolici della città. La prima edizione, lanciata nel 2024, era nata esplicitamente nel quadro della risposta al tasso di natalità ultra-basso del Paese. Una delle prime coppie incontratesi attraverso il programma si prepara ora al matrimonio.

Ma in Corea gli appuntamenti organizzati sono arrivati persino nei templi buddhisti. Un programma dedicato ai single, nato nel 2023, propone incontri, attività di gruppo, passeggiate e momenti di conversazione. Nel luglio scorso oltre quattromila persone hanno presentato domanda per appena venti posti disponibili. Un successo che dice qualcosa anche sulla domanda che esiste dall’altra parte dello schermo, che non riguarda necessariamente il rifiuto dell’amore o del matrimonio, quanto la difficoltà di trovare tempo, occasioni e contesti nei quali incontrare qualcuno.

È una differenza importante. Se una parte della crisi demografica nasce dal fatto che le persone non hanno più occasioni per conoscersi, allora un servizio pubblico di matchmaking può apparire meno bizzarro di quanto sembri. Ma se il problema è che le persone, pur innamorandosi, non se la sentono di mettere al mondo un figlio, allora nessun algoritmo può bastare.

L’Italia davanti allo stesso bivio

Ed è qui che la storia asiatica torna a casa nostra. L’Italia non ha bisogno di un algoritmo per scoprire quanto sia grave la crisi demografica. I numeri dell’Istat sono ormai difficili da ignorare: nel 2025 sono nati circa 355 mila bambini, 15 mila in meno rispetto all’anno precedente, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Anche l’età media al parto continua a salire e nel 2025 ha raggiunto 32,7 anni. Sono dati che raccontano una società nella quale la genitorialità viene sempre più rinviata. Bisogna, quindi, chiedersi perché uomini e donne arrivino sempre più tardi al momento in cui possono immaginare una famiglia.

La risposta non è una sola. Ci sono il lavoro precario, gli stipendi, il costo delle abitazioni, la difficoltà di conciliare carriera e figli, la carenza di servizi, ma anche il cambiamento delle aspettative personali e delle relazioni. L’Ocse sottolinea proprio la complessità del fenomeno. Politiche familiari, congedi e servizi per l’infanzia possono rendere più facile avere figli, ma pesano anche il costo della casa, le condizioni del mercato del lavoro, la distribuzione della cura e i cambiamenti nelle preferenze individuali. Insomma, il problema non è semplicemente mettere più soldi nel portafoglio di chi diventa genitore e forse non è nemmeno soltanto convincere più persone a diventarlo.

Il paradosso dei bonus

È questa la lezione che arriva dai Paesi che hanno sperimentato le strategie più diverse. L’Ungheria, per esempio, ha costruito una politica fortemente incentrata sugli incentivi economici e fiscali alle famiglie. Nel 2026 è entrata in vigore anche l’esenzione dall’imposta sul reddito per le madri sotto i trent’anni, mentre sono state ampliate altre agevolazioni per le madri con più figli.

La Francia e i Paesi nordici hanno puntato molto di più su servizi, congedi e conciliazione tra lavoro e famiglia. Eppure neppure i sistemi più generosi sono riusciti a riportare stabilmente la fecondità al livello di sostituzione. L’Ocse osserva che persino nei Paesi con sistemi familiari molto strutturati i tassi sono progressivamente scesi.

La Cina ha seguito un’altra strada ancora, passando in pochi anni dalla politica del figlio unico alla promozione delle nascite. Ma anche incentivi, agevolazioni e sostegni non hanno impedito che nel 2025 il Paese registrasse il quarto anno consecutivo di diminuzione della popolazione e il tasso di natalità più basso dalla nascita della Repubblica popolare. Tra i fattori indicati dagli osservatori ci sono proprio il costo dei figli e le pressioni economiche e sociali. È il grande paradosso della denatalità contemporanea, in cui lo Stato può rendere più facile avere un figlio, ma non può desiderarlo al posto dei suoi cittadini.

La domanda che l’algoritmo non sa risolvere

Forse è per questo che Singapore e Tokyo rappresentano qualcosa di più di due curiosità tecnologiche. Stanno tentando di intervenire in un punto che per decenni è rimasto fuori dalle politiche demografiche, ossia la nascita della coppia. È una scelta che può apparire invasiva, paternalistica o perfino comica. Ma ha anche una sua logica. Se sempre più persone desiderano una relazione stabile, ma non trovano il tempo o le occasioni per costruirla, un servizio che faciliti gli incontri può rispondere a un problema reale.

Il rischio è confondere, ancora una volta, la causa con il sintomo. Un algoritmo può individuare interessi compatibili, calcolare affinità, facilitare un primo appuntamento e, come dimostra Tokyo, contribuire a far nascere una relazione che arriva fino al matrimonio. Ma non può stabilire se due persone saranno felici insieme. E soprattutto non può decidere se, dopo essersi innamorate, vorranno avere un figlio.

Quella scelta dipende da un ecosistema molto più grande: casa, lavoro, tempo, servizi, sicurezza economica, rapporti tra uomini e donne, modelli culturali. E anche dalla libertà di decidere che una vita senza figli può essere una vita pienamente compiuta. Questa è la vera sfida della nuova stagione della demografia. Non trovare l’algoritmo capace di far nascere più bambini, ma costruire una società nella quale chi desidera averne possa farlo senza sentire che sta compiendo una scelta economicamente irrazionale o professionalmente penalizzante.

Singapore prova a far incontrare le persone. Tokyo prova a farle innamorare. Altri Paesi provano a convincerle con assegni, detrazioni e servizi. L’Italia, intanto, continua a perdere nascite. E la domanda forse non è ancora come convincere gli italiani a fare più figli. Prima bisognerebbe capire come restituire a una generazione la possibilità concreta di immaginare un futuro nel quale una famiglia non sembri un lusso.

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