L’Italia cresce più del previsto, ma il passo resta corto. Il Pil salirà dell’1% nel 2026, mezzo punto in più rispetto alle stime di marzo, prima di rallentare allo 0,6% nel 2027. È la previsione del Centro Studi Confindustria, che nel Rapporto d’autunno pubblicato ieri fotografa un’economia capace di resistere alle tensioni internazionali, ma ancora esposta ai rincari dell’energia e alla debolezza della domanda interna. Il rischio maggiore arriva dalla guerra nel Golfo: se petrolio e gas dovessero aumentare ancora, la crescita del prossimo anno potrebbe azzerarsi. A migliorare i conti del 2026 hanno contribuito i primi sei mesi, con un Pil salito dello 0,3% nel primo trimestre e dello 0,2% nel secondo. Un sostegno decisivo è arrivato anche dal Pnrr, al quale Confindustria attribuisce mezzo punto di crescita.
Quest’anno gli investimenti aumenteranno del 3,3%, soprattutto grazie alle costruzioni, mentre i consumi delle famiglie cresceranno dell’1,1%. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha sostenuto anche le iniziative private, favorite da incentivi come Transizione 5.0. Meno favorevole il contributo degli scambi con l’estero: le esportazioni salgono del 2,9%, ma le importazioni avanzano del 3,4%.
Nel 2027 lo scenario cambia. La spesa delle famiglie dovrebbe aumentare appena dello 0,5% e gli investimenti dello 0,8%. Pesa la conclusione del Pnrr, anche se una parte delle risorse continuerà a essere utilizzata: 47 miliardi dopo il 2026, di cui 27 il prossimo anno, contro i circa 42 miliardi spesi in quello in corso.
La bolletta energetica pesa sulle imprese
È soprattutto il prezzo dell’energia a preoccupare Confindustria. Nei primi nove mesi del 2026 l’elettricità in Italia è costata il 35% in più rispetto alla Germania. A settembre ha raggiunto 208 euro per megawattora, quasi il doppio dei 114 euro di febbraio, prima della guerra nel Golfo. Nello stesso mese il petrolio Brent ha toccato i 102 dollari al barile e il gas europeo i 77 euro per megawattora, il valore più alto dalla fine del 2022. Per la manifattura il peso dei costi energetici è aumentato del 40% rispetto a sei anni fa. E le simulazioni del Centro Studi mostrano quanto sia sottile il margine di tenuta: con il Brent a una media di 126 dollari nel 2027, anziché i 75 previsti, il Pil potrebbe fermarsi del tutto. Lo stesso risultato si avrebbe con il petrolio a 115 dollari e il gas a 89 euro per megawattora.
Le previsioni si basano su una graduale ripresa dei transiti nello Stretto di Hormuz da gennaio. Un prolungamento della chiusura metterebbe ulteriormente sotto pressione i prezzi.
Inflazione al 4,2%, famiglie sotto pressione
A settembre l’inflazione italiana ha raggiunto il 4,2%, spinta dai rincari energetici. Confindustria stima una media del 3,2% per 2026 e del 2,2% nel 2027. Prezzi più alti significano meno capacità di spesa, proprio mentre la Banca centrale europea ha ripreso ad aumentare i tassi di interesse. Dopo il secondo rialzo di settembre, il Centro Studi ne prevede altri tre nei prossimi mesi. Le stime non tengono conto della clausola nazionale di salvaguardia destinata a finanziare maggiori spese per difesa e sicurezza energetica, pari a 14,4 miliardi nel 2027.
Qualche segnale positivo arriva dalle fabbriche. A luglio la produzione industriale registra una crescita acquisita dello 0,4%, sostenuta dalle esportazioni e dagli investimenti in macchinari. L’automotive segna un +8,8%, ancora insufficiente per tornare ai livelli del 2023. Bene anche elettronica, farmaceutica e metallurgia. Restano in difficoltà mobili, tessile, abbigliamento e pelletteria. L’occupazione dovrebbe aumentare dello 0,8% quest’anno e dello 0,3% nel prossimo.
Il Rapporto affronta anche il costo della transizione ambientale. Tra il 2005 e il 2025 le emissioni della manifattura soggetta al sistema europeo Ets sono diminuite del 43%, ma nello stesso periodo hanno chiuso 386 impianti. Secondo Confindustria, quasi metà della riduzione, il 48%, dipende proprio dalle cessazioni. L’eliminazione delle quote gratuite comporterebbe inoltre una spesa superiore al margine operativo lordo per il 18% delle imprese interessate, che occupano circa 19mila persone.
Il nodo delle piccole imprese
Dietro la crescita contenuta dell’Italia resta il problema della produttività. Negli ultimi trent’anni l’economia nazionale è avanzata in media dello 0,7% all’anno, contro l’1,5% dell’Eurozona e il 2,5% degli Stati Uniti. Secondo il Centro Studi, se le aziende italiane avessero la stessa distribuzione dimensionale di quelle tedesche, la produttività aumenterebbe del 17,6%, fino a superare quella della Germania del 2,8%. Non mancano progressi nella solidità finanziaria: nella manifattura la quota di capitale proprio sul totale delle passività è passata dal 34,5% del 2007 al 50% del 2024. Una parte delle imprese, però, dispone ancora di risorse limitate per affrontare nuovi investimenti.
Sul commercio estero pesano intanto i dazi americani. Negli ultimi dodici mesi le vendite di beni italiani negli Stati Uniti sono diminuite del 9,8%, al netto di navi e farmaci. La Cina resta un fornitore essenziale per l’industria nazionale, ma anche un concorrente per settori come automotive e tessile.
Un segnale favorevole arriva invece dall’accordo tra Unione europea e Mercosur: tra maggio e luglio 2026 le esportazioni italiane verso l’area sono aumentate del 10%, quasi il doppio del 5,9% registrato nell’insieme dei mercati extraeuropei. Per Confindustria, ampliare gli sbocchi commerciali e rafforzare le imprese resta una delle condizioni per dare continuità alla crescita oltre la spinta del Pnrr.





