Il Corno d’Africa è uno dei punti più delicati della geografia strategica internazionale. Etiopia ed Eritrea si accusano davanti alle Nazioni Unite, mentre il Tigray torna a combattere e la contesa sull’accesso al Mar Rosso rischia di trasformare una rivalità regionale in una crisi più ampia. In gioco non c’è soltanto il rapporto fra due Paesi, ma l’equilibrio di un’area che collega Africa, Medio Oriente ed Europa attraverso rotte commerciali strategiche. Addis Abeba denuncia incursioni militari eritree, mentre Asmara respinge le accuse e considera le ambizioni etiopi sul mare una minaccia alla propria sovranità. Le presunte incursioni non sono state verificate indipendentemente. Le accuse reciproche, le operazioni militari e la rottura dei rapporti diplomatici alimentano la tensione: quando la sicurezza nazionale diventa una questione esistenziale, anche un incidente può innescare un’escalation difficile da controllare.
Il Tigray, la pace incompiuta e il rischio di escalation
La ripresa dei combattimenti rivela la fragilità dell’accordo di Pretoria del 2022. Dopo la riconquista di Macallè da parte delle forze alleate al governo etiope, Ethiopian Airlines ha ripristinato i collegamenti con la capitale regionale. Ma il ritorno dei voli non garantisce stabilità. La guerra precedente ha causato, secondo le stime, circa 500.000 morti civili, anche per carestia e collasso dei servizi sanitari. Le nuove ostilità e le accuse di interferenze esterne minacciano di riaprire il conflitto. Verificare le accuse, proteggere i civili e riprendere il dialogo è essenziale per impedirne l’allargamento. La contrapposizione con l’Eritrea si intreccia con la questione del mare. Dal 1993, con l’indipendenza eritrea, l’Etiopia non dispone più di uno sbocco diretto alla costa e dipende dai porti dei Paesi vicini. Per Addis Abeba, un accesso affidabile al Mar Rosso è essenziale per commercio e sviluppo. Asmara teme invece che la richiesta etiope di accesso sovrano si traduca in pressioni territoriali, soprattutto sul porto di Assab. L’esigenza commerciale non giustifica la violazione della sovranità altrui, così come la sicurezza eritrea non può fondarsi su una contrapposizione permanente. Servono accordi sui porti, corridoi di trasporto e garanzie reciproche: trasformare una necessità economica in una prova di forza militare aumenterebbe i costi per entrambi e comprometterebbe la cooperazione. È in questo equilibrio fra legittime esigenze economiche e rispetto dei confini che si misura la possibilità di una soluzione duratura.
Il Mar Rosso, la posta in gioco per l’Europa
Attraverso Bab el-Mandeb e il Canale di Suez, il Mar Rosso collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo e sostiene gli scambi fra Asia ed Europa. Una destabilizzazione prolungata può aumentare costi assicurativi, deviazioni e tempi di trasporto, penalizzando anche le imprese italiane e la sicurezza degli approvvigionamenti. La crisi, dunque, non riguarda soltanto la stabilità africana: investe la continuità delle catene commerciali da cui dipendono produzione ed esportazioni europee. Per Roma, la posta in gioco riguarda anche la capacità europea di prevenire le crisi, anziché limitarne i danni. Sicurezza marittima, tutela degli scambi e stabilità regionale richiedono una strategia comune, capace di unire diplomazia e interessi economici concreti. La competizione coinvolge interessi commerciali, militari e diplomatici di attori esterni. Sullo sfondo pesano le tensioni sul Nilo e le rivalità regionali. Quando queste crisi si sovrappongono, i governi possono cercare sostegno esterno per rafforzarsi, riducendo gli incentivi al compromesso e aumentando il rischio di escalation. La geografia diventa così una leva di potere: porti, corridoi logistici e accesso alle rotte assumono un valore che supera la dimensione economica e incide sugli equilibri politici. L’Europa deve agire prima che le rotte siano compromesse. ONU e Unione africana possono promuovere la cessazione delle ostilità, verifiche indipendenti delle presunte incursioni e il dialogo fra Addis Abeba e Asmara. L’Unione europea può sostenere l’iniziativa con diplomazia coordinata, monitoraggio e incentivi alla cooperazione economica, promuovendo accordi sull’accesso portuale che tutelino la sovranità di entrambi. Per l’Italia, la stabilità del Mar Rosso è una questione di sicurezza economica e interesse strategico europeo.
La diplomazia come garanzia di sicurezza
La priorità è evitare nuove sofferenze alla popolazione del Tigray e impedire che lo scontro coinvolga altri Paesi. Servono verifiche indipendenti, comunicazioni militari affidabili e l’impegno a non ricorrere alla forza per risolvere la questione marittima. Senza canali di confronto, la diffidenza può trasformare ogni movimento militare in una provocazione e ogni risposta in un nuovo motivo di escalation. Chi ridisegna gli equilibri strategici del mondo? Non soltanto le grandi potenze, ma anche gli Stati che trasformano la geografia in uno strumento d’influenza. Nel Corno d’Africa, sovranità, sicurezza economica e controllo delle rotte sono inseparabili: una rivalità regionale può produrre conseguenze ben oltre i confini di chi la combatte. La domanda decisiva è quanto spazio resti alla diplomazia prima che la competizione diventi guerra. Per l’Italia e l’Europa, considerare il Corno d’Africa una periferia sarebbe un errore strategico: la sicurezza del Mediterraneo passa anche dalla stabilità del Mar Rosso. La diplomazia deve agire prima che le armi decidano al posto della politica.





