In Italia i prezzi al consumo sono aumentati del 63% tra il 2000 e il 2025, ma con differenze tra le categorie di beni e servizi. Abitazioni e utenze, alcolici e tabacchi, servizi finanziari e assicurativi hanno registrato rincari superiori al 100%, mentre per istruzione e sanità gli incrementi sono rimasti sotto il 30%. È quanto emerge dal rapporto dell’Istat “I prezzi al consumo”, pubblicato ieri nell’ambito della collana “Storie di dati – Le trasformazioni dell’Italia”. A pesare sulle spese per la casa sono stati soprattutto elettricità e combustibili. Di segno opposto l’andamento dei beni e servizi di informazione e comunicazione, i cui prezzi sono diminuiti di quasi il 60%. Per i beni industriali non energetici, invece, l’aumento complessivo nei 25 anni è stato di poco superiore al 25%.
L’analisi dell’Istat mostra anche come sia cambiato nel tempo il rapporto tra i prezzi dei beni e quelli dei servizi. Dalla metà degli anni Cinquanta a oggi i primi sono aumentati di circa 30 volte, i secondi di circa 60. Una differenza legata anche ai progressi della produttività del lavoro e alla maggiore esposizione dei beni industriali alla concorrenza internazionale.
Inflazione oltre il 4% a settembre 2026
Dopo la fase di rallentamento seguita alla crisi energetica del 2022, l’inflazione ha ripreso quota nei primi mesi del 2026. Secondo l’Istat, i rincari dei prodotti energetici, in particolare dei derivati del petrolio, provocati dal conflitto tra Stati Uniti e Iran hanno alimentato una nuova accelerazione dei prezzi al consumo. A settembre il tasso annuo ha superato il 4%. Il rapporto ripercorre anche le principali crisi energetiche degli ultimi settant’anni. Tre gli episodi individuati: le crisi petrolifere del 1973-1974 e del 1979-1980 e quella del gas del 2021-2022. In tutti e tre i casi gli aumenti annui dei prezzi dei beni energetici hanno superato il 50%, fino al massimo storico del 71,6% raggiunto nell’ottobre 2022.
Le conseguenze sull’inflazione generale sono state però diverse. Negli anni Settanta e Ottanta le crisi petrolifere hanno mantenuto elevata la crescita dei prezzi per un periodo prolungato, anche per effetto della scala mobile. Dopo il picco del 2022, invece, i prezzi energetici hanno rallentato rapidamente, fino a registrare variazioni negative nel 2023 e nel 2024, prima della nuova risalita del 2026.
Dai picchi del dopoguerra alla stabilità dell’euro
Lo studio ricostruisce l’andamento dell’inflazione italiana dall’Unità a oggi. Tra il 1862 e il 1914 i prezzi aumentarono in media dello 0,4% all’anno, in un periodo caratterizzato dall’ancoraggio della lira all’oro. Le due guerre mondiali provocarono successive impennate, con un picco del 344% nel 1944. L’inflazione rimase molto elevata fino all’autunno del 1947. Nel ventennio successivo, la stabilità dei prezzi accompagnò la crescita dell’economia italiana. Tra il 1954 e il 1968 l’aumento medio annuo fu del 3,1%, ma salì al 12,8% nel periodo 1969-1986, segnato dalle tensioni salariali, dalla fine del sistema di cambi fissi di Bretton Woods e dalle crisi petrolifere. Tra il 1987 e il 1995 il tasso medio scese al 5,3%.
Una fase di maggiore stabilità arrivò con il percorso verso l’euro. Tra il 1996 e il 2021 i prezzi crebbero a un ritmo medio annuo dell’1,8%, anche per effetto della Grande recessione del 2008-2013. Negli anni successivi, l’aumento dei costi energetici ha riportato l’inflazione su livelli più elevati.
Beni e servizi
Il divario tra beni e servizi è emerso soprattutto dalla metà degli anni Ottanta. Dopo gli aumenti superiori al 20% registrati per entrambe le componenti negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, i prezzi dei beni hanno rallentato più rapidamente rispetto a quelli dei servizi. La differenza si è ampliata dagli anni Duemila, con incrementi contenuti per i beni e una crescita più sostenuta per i servizi. Lo shock energetico del 2022 ha temporaneamente modificato questa tendenza: i prezzi dei beni hanno raggiunto tassi a due cifre, anche per le difficoltà nelle catene di approvvigionamento, mentre quelli dei servizi hanno mantenuto una dinamica più moderata.
Nell’ultimo triennio il rallentamento dei prezzi dei beni è stato più rapido rispetto a quello dei servizi. All’inizio del 2026, però, il conflitto nel Golfo Persico ha provocato un nuovo aumento delle quotazioni energetiche.
Dal pane allo zucchero
L’Istat ha confrontato anche le quantità di alcuni prodotti alimentari acquistabili nel 1926 e nel 2025 con una somma equivalente a cinque euro del 2025. Per le patate, la quantità è passata da 5,5 a circa 3 chilogrammi. Una riduzione che ha interessato anche pane e latte e, in misura minore, carne bovina. Per altri alimenti il confronto restituisce risultati opposti. Con lo stesso importo si potevano acquistare 1,3 chilogrammi di pasta secca di grano duro nel 1926, contro quasi 3 chilogrammi nel 2025. Per lo zucchero, la quantità è salita da 700 grammi a poco meno di 4 chilogrammi.
È cambiato anche il rapporto tra i prezzi dei singoli prodotti. Nel 1926 lo zucchero costava quasi due volte e mezzo il pane, mentre nel 2025 il suo prezzo risultava inferiore a un terzo di quello del pane.
Italia e Spagna
Nel confronto tra le maggiori economie europee l’Istat rileva che negli ultimi 75 anni Italia e Spagna hanno registrato aumenti dei prezzi complessivamente superiori a quelli della Francia e, soprattutto, della Germania. Nei primi anni Duemila i due Paesi hanno incontrato maggiori difficoltà ad adeguarsi alla disciplina dei prezzi imposta dalla moneta unica. Dalla nascita dell’euro, tuttavia, i tassi di inflazione sono rimasti contenuti in tutte e quattro le economie considerate.
Nell’ultimo decennio, anche per effetto della bassa crescita economica, l’inflazione italiana ha seguito un andamento simile a quello francese e inferiore rispetto a Germania e Spagna.





