All’alba di un sabato di febbraio 2019, nove funzionari della filiale londinese dell’Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) furono convocati d’urgenza. Il Capodanno lunare stava per fermare le attività a Pechino, ma a 5.000 miglia di distanza la banca doveva eseguire una richiesta “critica”: trasferire 1,3 miliardi di dollari per il colosso tecnologico Huawei. Secondo documenti interni ottenuti dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), i manager sospettavano che la fretta fosse legata allo scandalo esploso pochi giorni prima: il Dipartimento di Giustizia USA aveva incriminato Huawei per frode e violazioni delle sanzioni contro l’Iran, mentre la direttrice finanziaria — figlia del fondatore — era agli arresti in Canada.
Nonostante il contesto esplosivo, la filiale londinese di ICBC completò l’operazione in poche ore, aggirando protocolli interni e mostrando quanto rapidamente la banca fosse disposta a soddisfare le richieste della casa madre cinese, soprattutto quando riguardavano un cliente strategico per l’immagine tecnologica di Pechino. Huawei non era l’unica beneficiaria. Un archivio di 4,8 milioni di documenti confidenziali rivela che ICBC London ha più volte ignorato segnali di rischio e violato procedure antiriciclaggio sotto pressione da Pechino. Compliance officer e dirigenti entrarono spesso in conflitto: i primi temevano danni reputazionali, i secondi dovevano obbedire alle priorità politiche del Partito Comunista.
L’indagine ICIJ, parte del progetto China Capital, mostra come la filiale londinese sia diventata un braccio operativo delle ambizioni globali di Xi Jinping. Dopo il 2013, il Regno Unito aveva allentato le regole post‑crisi finanziaria per attrarre investimenti cinesi, permettendo alle banche straniere di aprire filiali dedicate ai grandi clienti corporate. Per ICBC, la più grande banca commerciale statale cinese, fu un’occasione d’oro: la filiale londinese poté espandersi rapidamente, seguendo le direttive di Pechino e sostenendo aziende “favorite” dal governo. Secondo l’analista Martin Thorley, le banche cinesi sono “un animale diverso” rispetto ai concorrenti internazionali: devono operare entro le linee politiche del Partito, e questo condiziona ogni decisione. Il risultato è un dilemma per i regolatori occidentali: quando una banca cinese deve scegliere tra rispettare le norme britanniche o seguire gli ordini di Pechino, “c’è un solo vincitore, e non è il regolatore britannico”.





