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Amiamo offrire consigli, ma non riceverli. Il paradosso dei suggerimenti

venerdì, 11 Settembre 2026
3 minuti di lettura

Quante volte vi è capitato di dare un consiglio a una persona e ricevere in cambio un cenno o una parola di assenso seguita subito da un “ma”? Sicuramente molte e questo perché siamo sempre molto disponibili a dispensare suggerimenti, ma meno ad accettarli. Non importa che la persona che ci troviamo davanti stia dicendo qualcosa che razionalmente sappiamo essere corretto, la nostra mente e il nostro cuore tenderanno comunque a respingerla.

Elargire un consiglio fa stare bene

Ci sono diverse spiegazioni a questo dilemma. La prima riguarda una componente profondamente umana, offrire un’opinione fa sentire competenti. Quando qualcuno ci chiede cosa dovrebbe fare, implicitamente sta attribuendo una risorsa alla nostra persona che in quel momento pensa di non possedere.

La letteratura scientifica dimostra proprio che distribuire consigli può aumentare la fiducia nelle proprie capacità. In uno studio pubblicato su Psychological Science nel 2018 da Lauren Eskreis-Winkler, Ayelet Fishbach e Angela L. Duckworth è stato evidenziato che le persone in difficoltà rispetto a un obiettivo risultavano, in alcune condizioni, più motivate a dispensare consigli piuttosto che riceverli. Secondo le autrici questo potrebbe derivare dalla crescita di fiducia in se stessi.

In qualche modo, quindi, il suggerimento che offriamo può diventare un messaggio che rivolgiamo anche a noi stessi. Non si tratta necessariamente di narcisismo, è un modo attraverso cui consolidiamo il senso di autoefficacia, ovvero la percezione di poter incidere sugli eventi e affrontare le difficoltà.

L’influenza dell’ego

Una seconda spiegazione può essere ricondotta all’ego, ma non nel senso esclusivo di vanità. Si tratta piuttosto della tendenza a considerare la nostra prospettiva come punto di riferimento privilegiato. Il problema è che quando giudichiamo una situazione conosciamo le ragioni dietro la nostra posizione, ma non quelle dell’altra persona. Il risultato è che tendiamo a sovrastimare il valore del nostro punto di vista e a dare meno peso a quello altrui. Gli studi sull’“egocentric discounting”, portati avanti da Ilan Yaniv e Shahar Choshen-Hillel, mostrano infatti che quando si riceve un parere tendiamo molto spesso ad attribuire più importanza alla nostra valutazione iniziale rispetto a quella dell’altra persona.

È quindi facile comprendere come elargire consigli ci collochi nella posizione di chi sa, mentre riceverli ci mette, almeno temporaneamente, nella posizione di chi non sa. È proprio qui che può emergere un disagio psicologico, perché accettare un aiuto può essere vissuto come la conferma di una nostra insufficienza o incapacità. Non è un meccanismo costante, ma può diventarlo quando il tema sul quale stiamo chiedendo un consulto tocca la nostra autonomia o l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Pensiamo, per esempio, a una persona che sta valutando di cambiare lavoro. Razionalmente potrebbe riconoscere la validità dei suggerimenti ricevuti, ma sentirsi comunque portata a difendere la propria scelta iniziale. Perché accettare il consiglio significherebbe mettere in discussione una decisione che percepisce come parte della propria persona e identità.

Competenza percepita e competenza reale

Bisogna, però, ricordare che la percezione di competenza non sempre coincide con la competenza reale. Può accadere che chi parla di più venga percepito come più competente anche quando non lo è realmente. Nello studio Tips From the Top: Do the Best Performers Really Give the Best Advice? di David E. Levari, Daniel T. Gilbert e Timothy D. Wilson, pubblicato nel 2022 e condotto su migliaia di partecipanti, viene mostrato come i migliori performer non fornissero necessariamente pareri migliori degli altri, ma semplicemente ne offrissero di più. 

Anche il modo in cui percepiamo chi ci sostiene conta nella nostra capacità di accettare l’aiuto. La fiducia, la vicinanza e l’esperienza dell’interlocutore aumentano la disponibilità ad ascoltarlo.

L’effetto di un’opinione non richiesta

Un consiglio non richiesto può, però, essere percepito come un’invasione del nostro spazio decisionale. Per questo è importante chiedere sempre prima di dire la propria. Da un punto di vista psicologico, infatti, porre prima una domanda restituisce all’interlocutore la possibilità di scelta e riduce la sensazione di essere giudicato. L’importante, per il nostro benessere mentale e per quello degli altri, è sapere quando dare consigli, come darli e quando non darli. Perché tra aiutare qualcuno e dirgli cosa fare esiste una differenza enorme, nel primo caso gli restituiamo potere laddove pensava di non averlo o di averlo perso, nel secondo, invece, c’è il rischio di sottrarglielo.

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