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Il fine vita tra Vangelo e Corano: due fedi stesso smarrimento legislativo

Il fine vita tra Vangelo e Corano: due fedi, stesso smarrimento legislativo

venerdì, 4 Settembre 2026
2 minuti di lettura

La legge veneta sul suicidio medicalmente assistito, quarta regione italiana ad approvarla dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, riporta fortemente nel dibattito pubblico ladomanda: chi decide quando e come finisce una vita umana?. Qui la domanda sorgeimmediata: come rispondono al fine vita ed al suicidio assistito le due grandi tradizioni religiose, cristiana e musulmana, che orientano le coscienze di miliardi di persone in tutto il mondo? La dottrina cattolica si muove da un principio netto: la vita è dono di Dio, di cui l’uomo è custode e non proprietario assoluto.

Da qui la condanna, ribadita dal Catechismo e dall’enciclica Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II, che eutanasia e suicidio assistito sono pratiche moralmente inaccettabili in ogni circostanza, equiparate all’omicidio anche per casi compassionevoli. Nel settembre 2020, ancora, la lettera Samaritanus Bonus della Congregazione della Dottrina della fede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita con a capo Papa Francesco, ha ribadito questo divieto assoluto, escludendo persino l’assistenza spirituale a chi sceglie consapevolmente l’eutanasia legale.

E la stessa dottrina precisa ,come ammette da secoli, che non esiste l’obbligo morale di ricorrere a mezzi terapeutici sproporzionati: si può lecitamente sospendere un trattamento che prolunga solo in modo precario e penoso l’agonia, purché restino le cure palliative. L’islam, pur nella sua pluralità giuridica e nell’assenza di un magistero unico paragonabile a quello cattolico con il Papa, converge su una traiettoria esattamente simile. Il Corano vieta esplicitamente sia l’omicidio sia il suicidio, e la maggioranza dei giuristi islamici contemporanei, riuniti in consessi come l’Islamic Fiqh Academy, vietano in modo assoluto eutanasia attiva e suicidio assistito.

Nella religione musulmana poi siapre un’ulteriore spazio di libertà quando la morte è imminente e inevitabile: è ammessa la sospensione delle terapie artificiali, richiamando il concetto di tawakkul, l’affidamento fiducioso a Dio, principio per cui non esiste l’obbligo di cure straordinarie.

Le cure palliative sono incoraggiate senza riserve, compreso l’uso di farmaci antidolorifici purché l’intenzione resti quella di lenire la sofferenza. È qui che le due tradizioni si uniscono più di quanto le differenze religiose lascino immaginare: entrambe le religioni respingono l’atto innaturale che provoca deliberatamente la morte, ed entrambe legittimano la rinuncia all’accanimento terapeutico.

Da medico che ha accompagnato tanti pazienti oncologici nella fase terminale, trovo in questa convergenza la vera lettura del problema che è qualcosa di più di una curiosità comparatistica. Le due tradizioni, partendo da testi sacri diversi, sono arrivate a intuire lo stesso limite: la differenza fra il rispetto della vita e l’ostinazione a prolungarla ad ogni costo.

Quest’ultima è unlimite della nostra epoca, orientata a risolvere ogni sofferenza con un farmaco o con un atto tecnico. Forse proprio per questo, per arrivare ad una legge giusta, varrebbe la pena riascoltare, approfondire e riflettere su cui, sorprendentemente, le diverse fedi religiose da sempre già concordano. Queste spinte legislative regionali sono già ampiamente l’espressione delle derive a cui porterà l’autonomia differenziata. La Costituzione italiana pur nel rispetto delle autonomie locali sancisce altri sani principi non derubricabili a questi strappi costituzionali.

Antonio Cisternino

Antonio Cisternino

Medico-Chirurgo
Responsabile nazionale Sanità UDC

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