Oggi, forse più che in passato, la bellezza è diventata centrale. Ogni giorno i social, il posto di lavoro e le relazioni ci pongono davanti a degli standard “estetici” da raggiungere per essere presi in considerazione. Nelle ultime settimane abbiamo affrontato in due articoli diversi, “La bellezza a punti: così il face rating e il looksmaxxing alimentano le insicurezze verso il proprio corpo” e “L’industria dell’insoddisfazione. Quando il corpo perfetto diventa un traguardo irraggiungibile”, due sfumature della ricerca infinita della bellezza, arrivando a comprendere che alla base di questi tour de force per apparire migliori esistano insicurezze e desiderio di essere perfetti. Quello che, però, finora è rimasto nell’ombra è il costrutto sociale per il quale più si è belli e più occasioni si hanno nella vita, nelle relazioni e nella carriera.
Il pretty privilege
Stiamo parlando del pretty privilege, letteralmente il privilegio derivante dalla bellezza, ovvero il vantaggio sociale ed economico di cui godono le persone attraenti. Anche se involontariamente, i soggetti più “belli” sembrerebbero beneficiare di favoritismi che non si basano sui meriti, ma solo sull’aspetto fisico. Nei social network sono numerose le testimonianze di giovani donne, che raccontano discriminazioni subite nel posto di lavoro legate alla loro immagine.
L’“effetto alone” e il meccanismo psicologico
Nonostante il termine si sia diffuso negli ultimi anni grazie ai social il pretty privilege è un costrutto sociale che esiste da sempre. Le ricerche riguardanti questo fenomeno sono numerose e tutte mostrano come alla base ci sia il meccanismo psicologico dell’“effetto alone”, termine coniato dallo psicologo americano Edward Thorndike. Si tratta di un bias cognitivo per cui si tende ad attribuire qualità positive alla persona che abbiamo davanti, come per esempio intelligenza, disponibilità, gentilezza, solo in base alla sua bellezza fisica, senza conoscerla davvero e, quindi, senza sapere se quelle qualità siano fondate o no.
Sono processi automatici, profondamente radicati nella nostra mente, che orientano l’impressione che ci facciamo degli altri anche quando crediamo di essere oggettivi. Tra i primi studi sul pretty privilege troviamo l’articolo “What is beautiful is good” di Dion, Berscheid e Walster, pubblicato nel 1972. La ricerca coinvolgeva 60 studenti cui venivano mostrate fotografie di persone attraenti, nella media e non attraenti, chiedendo loro di classificare questi soggetti in base a diverse caratteristiche. Lo studio ha evidenziato come gli studenti considerassero le persone attraenti più propense ad avere tratti positivi nel loro carattere. Questo perché il cervello arriva a concludere che, se qualcuno ha un elemento positivo, in questo caso la bellezza, avrà sicuramente anche altre qualità gradevoli.
Questi bias cognitivi potrebbero essere riscontrabili anche negli atteggiamenti degli insegnanti verso determinati studenti e persino in ambito legale. L’impatto dell’“effetto alone” si può, infatti, osservare anche nella durezza di alcune sentenze verso dei criminali e nell’opinione pubblica nei confronti di questi ultimi. Il caso di Ted Bundy è emblematico, il serial killer che sfruttò il proprio aspetto e carisma per manipolare la percezione pubblica. La giustizia ha compiuto comunque il suo corso e Bundy è stato condannato a morte.
Il pretty privilege nel lavoro e il beauty premium
Nell’ambiente lavorativo il pretty privilege continua a essere molto diffuso. Economisti e sociologi parlano di beauty premium, premio della bellezza, per cui in base al proprio aspetto si ricevono bonus e vantaggi che non hanno nulla a che vedere con la meritocrazia. Secondo una ricerca di StandOutCV, “Pretty privilege in the workplace”, chi si considera particolarmente attraente guadagna in media quasi 20 mila dollari in più all’anno rispetto a chi si considera non attraente. Anche un’analisi condotta dalla University of Texas mostra come le persone “belle” guadagnino in media il 10-15% in più rispetto agli altri colleghi. Mentre uno studio condotto da Harvard evidenzia che se la foto sul proprio curriculum è esteticamente piacevole esiste il 20% di possibilità in più di essere richiamati per un colloquio. Inoltre, uno studio pubblicato su “INFORMS Journal” evidenzia come gli individui attraenti abbiano il 52,4% di possibilità in più di ricoprire ruoli di prestigio entro 15 anni dalla laurea.
Contrariamente a quanto si possa pensare, però, il beauty premium, soprattutto a livello salariale, è più evidente negli uomini. Un uomo attraente viene subito considerato potente, autorevole, affidabile, mentre una donna bella può a volte non essere presa sul serio o essere vittima degli stereotipi che ne sminuiscono il valore e la competenza.
I lati negativi della bellezza
Insomma, più si è belli e più aumentano le possibilità di avere una carriera e uno stipendio migliori, una vita all’apparenza più realizzata e relazioni più semplici. Eppure, anche per i belli questo fenomeno ha un lato oscuro, che ci riporta all’insicurezza e alla ricerca continua di perfezione già affrontate negli articoli precedenti.
Più siamo consapevoli che queste sono le logiche che guidano gran parte della società, più sviluppiamo un’ansia da prestazione estetica. Dobbiamo migliorarci, essere sempre curati e trovare modi per non invecchiare troppo velocemente, perché se perdiamo la bellezza perdiamo una parte del nostro status sociale ed economico. Senza dimenticare che dal pretty privilege nasce anche una sorta di sindrome dell’impostore, per cui si ha il dubbio costante di aver ottenuto qualcosa solo per il proprio aspetto fisico e non perché ce lo meritavamo davvero.
Il pretty privilege diventa così una forma di potere invisibile, radicata nella nostra mente, cultura e società. Per contrastarlo bisognerebbe sviluppare una consapevolezza non solo dello sguardo, ma anche dei meccanismi non scritti che guidano la nostra vita, per provare a sradicare il fenomeno e a riconoscere il valore di una persona per ciò che fa e non per come appare.





