Negli Stati Uniti, la sinistra progressista sta riscoprendo un linguaggio che per decenni era stato dominio dei conservatori: quello della fede. Tre candidati democratici al Senato — Angie Nixon in Florida, Abdul El‑Sayed in Michigan e James Talarico in Texas — stanno intrecciando religione e politica in modo inedito, evocando la “Moral Majority” che negli anni ’70 portò Ronald Reagan al potere. Tutti e tre condividono un tratto comune: sfidano l’establishment del partito e usano la spiritualità come chiave di connessione con gli elettori. A Jacksonville, Nixon ha sorpreso i fedeli della Saint Paul AME Church con un sermone che ha fatto discutere. “Mi chiamano radicale,” ha detto, “ma anche Gesù era un radicale”.
La deputata, che ha sconfitto Alexander Vindman — figura centrale nel primo impeachment di Trump — ha paragonato la sua battaglia per i diritti civili a quella di Cristo, attirando l’attenzione dei repubblicani e del comitato elettorale del Senato GOP, che l’ha subito etichettata come socialista. In Michigan, il medico e politico Abdul El‑Sayed, musulmano, ha fatto eco alle parole di Nixon durante un podcast di Progressive Christians: “Gesù, pace e benedizioni su di lui, era considerato radicale nel suo tempo.” Per El‑Sayed, la fede è un modo per denunciare la corruzione e ricordare che “la popolarità non determina la verità”.
Il più esplicito è James Talarico, deputato texano e aspirante ministro presbiteriano, che ha integrato la teologia nel suo programma politico. Difendendo i diritti dei bambini transgender, ha citato la Genesi: “Dio è sia maschile che femminile, e tutto ciò che sta in mezzo. Dio è non‑binario.” Le sue parole hanno scatenato l’ira dei conservatori, ma anche aperto un dibattito sulla possibilità di una spiritualità progressista capace di parlare a un elettorato sempre più diviso.





