Ogni giorno alla domanda “come stai?” rispondiamo quasi sempre con “bene, grazie”, una risposta automatica che, però, non sempre racconta il vero. Anche se siamo tristi, arrabbiati o stiamo attraversando un periodo difficile, la nostra bocca pronuncia comunque quelle due parole. Tutto ciò non significa che stiamo mentendo, quel “bene” infatti può essere pronunciato per cortesia, per non appesantire una conversazione, per non pesare su qualcuno o semplicemente per proteggere noi stessi o qualcosa che non siamo ancora pronti a raccontare.
Questo perché siamo abituati, nella nostra vita quotidiana, a non mostrare sempre le nostre emozioni. Ci sono momenti e luoghi in cui è preferibile non lasciarsi andare per mantenere un’immagine professionale e credibile. Al lavoro, in pubblico, con persone che conosciamo poco ci adattiamo alle aspettative del contesto e mettiamo una maschera che funziona da filtro tra quello che abbiamo dentro e il mondo esterno. Senza dimenticare che spesso la domanda “come stai” è una forma di saluto più che un interesse sincero verso il nostro benessere emotivo e mentale.
Il costo invisibile della repressione emotiva
La capacità di decidere ciò che vogliamo mostrare non è necessariamente negativa, poiché la regolazione delle emozioni è una normale componente del nostro essere e ci permette di adattare il nostro comportamento alle circostanze della vita. Le ricerche scientifiche distinguono, però, tra la capacità flessibile di regolare ciò che proviamo e la tendenza abituale a nasconderlo o reprimerlo. Quest’ultimo caso può essere dannoso per il nostro benessere mentale. A dimostrarlo anche lo studio “Relation between Emotion Regulation and Mental Health: A Meta-Analysis Review” pubblicato sulla rivista Psychological Reports, che evidenzia, attraverso una metanalisi su 48 studi e oltre 21 mila partecipanti, che sopprimere le emozioni potrebbe avere conseguenze negative sulla salute mentale. Questo non significa che nascondere i nostri sentimenti provochi danni permanenti e inguaribili, ma piuttosto che esistono conseguenze e costi emotivi che, prima o poi, saremo costretti a pagare.
La paura del giudizio
Tra i motivi per cui non diciamo mai come stiamo c’è anche la paura di essere giudicati. Dire “sono in difficoltà”, “sto male” significa mostrarsi vulnerabili, esporsi allo sguardo e all’opinione altrui. La vulnerabilità può spaventare, soprattutto se espone fatti intimi e legati alla nostra salute mentale, perché abbiamo paura di venire considerati deboli, esagerati o incapaci di affrontare le situazioni che la vita ci pone davanti. Diversi studi psicologici hanno documentato il ruolo dello stigma sociale come ostacolo alla ricerca di aiuto. Nello specifico la psicologa Sarah Clement e il suo team dell’Institute of Psychiatry del King’s College di Londra, in uno studio del 2015 pubblicato su Psychological Medicine, hanno analizzato il rapporto tra stigma e richiesta di sostegno.
Appare chiaro che spesso quel “sto bene” non serve solo a proteggere la nostra intimità e privacy, ma anche a tutelare l’immagine che pensiamo di dover mantenere di fronte agli altri.
Scegliere di non raccontare o non riuscire a farlo?
Bisogna, però, distinguere tra scegliere di non raccontare qualcosa volontariamente e sentirsi incapaci di farlo. La prima, infatti, è una scelta legittima perché non dobbiamo dare spiegazioni a nessuno su ciò che proviamo. Il problema nasce quando, anche con le persone di cui ci fidiamo e che potrebbero ascoltarci e aiutarci, minimizziamo sistematicamente la tristezza, l’ansia, la solitudine o la fatica. E questo perché pensiamo di non essere abbastanza importanti da meritare le attenzioni altrui. Il rischio, in questo caso, è che le persone della nostra cerchia ristretta non si accorgano di nulla, poiché la sofferenza psicologica non è sempre visibile e diventa difficile capire quanto una persona sta soffrendo. Per provare a combattere questa chiusura non serve per forza trasformare un “come stai?” in una confessione, basta dare risposte che lascino intravedere che qualcosa non va, permettendo agli altri di comprenderlo. In questo modo smettiamo di fingere che vada tutto bene e affrontiamo con maggior consapevolezza ciò che ci turba, imparando anche a chiedere aiuto se necessario. D’altronde, il benessere mentale passa anche dalla possibilità di essere sinceri sulle nostre difficoltà. Questo non significa trasformare un momento di tristezza in un problema clinico, ma riconoscere che i periodi di sofferenza fanno parte dell’esperienza umana e chiedere aiuto non è una debolezza.





